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1504–1573

27

Giambattista Giraldi Cinzio

L'aura amorosa il bel tempo rimena, e rende a l'erbe i fiori, e gli augelli incominciano i lor canti, ridono i prati, e Progne e Filomena

i lor primi dolori sfogan cantando con soavi pianti. Ma non perch'ogn'un canti, e del tempo novello si rallegri,

miei spirti afflitti ed egri han pace, che rimena il novo vento, come il verde a la terra, a me il tormento. Il gran caldo la neve impress'a l'ombra,

e la fredda stagione, che di fior l'erbe e le campagne spoglia, scaccia da noi, e l'aere disgombra d'ogn'aspra impressione,

e a novo amore i cor gentili invoglia, ma la mia antica doglia, che con acute spine il cor mi punge, mai da me non disgiunge

aer caldo e sereno, o lieto tempo: che 'l mio dolor non è sopposto a tempo. In fronte al toro è ritornato il sole per ringiovenir l'anno,

e dipinge la terra a giallo e verde; e gli arbor partoriscon la lor prole; superbi i campi stanno veggendo che l'onor suo si rinverde.

Ma il ghiaccio mai non perde per caldo, né per sol la mia nemica, e come l'ira antica non spenge verno in lei, né l'alma fiera,

così non vien pietà per primavera. Movesi un fiato dove il sol dismonta, che il mar tranquilla e queta, e indi scaccia ogn'aspra e ria procella,

onde lieto il nocchier sul legno monta, né teme d'inquieta fortuna, o di nemica e fiera stella, ma la sua navicella

drizza a buon porto. Un vento umido eterno a me rimena il verno, e oscura il lume, in cui solea sperare; ond'ha sempre per me fortuna il mare.

Lascia il luoco il pastore, ove egli giacque il verno, e lieto torna, onde si dipartì co' le sue gregge, a le tenere erbette, a le fresch'acque:

e 'l rozzo capo adorna di quanti bei color dai prati elegge. E con l'usata legge lascian l'antiche case allegre l'api,

e di soavi dapi empion le nove. Io sol nel luoco vecchio rimango (lasso) e nel martire invecchio. Il rozzo montanaro appo un virgulto,

mentre fiori, erbe e fronde pasce l'armento suo per verdi piagge, desta a la sua sampogna il verso inculto, e le cure profonde

cantando sfoga in rime aspre e selvagge. Sol a me del cor tragge la novella stagion pianti e sospiri: né perché ognor sospiri,

si scema punto in me il fiero martire, ma insieme col dolor, cresce il languire. Veggendo uscir l'avaro agricoltore fuor degli acuti stecchi,

e le biade ondeggiar per verdi campi, gli arbori ricovrare il primo onore, che parean prima secchi, s'allegra e benedice i solar lampi.

Ma perch'io mai non scampi dal mio grave dolore, in ghiaccio e 'n brine e in acute spine si converton per me fior rossi e bianchi,

che mi passan il core, il petto e i fianchi. Canzon, che fia di noi ne l'aspro tempo che ciascun contrista, s'or che la faccia trista

leva il sol da la terra e ognuno è 'n gioia? Dal ciel sol per noi piove angoscia e noia?

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