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1504–1573

200

Giambattista Giraldi Cinzio

S'a la novella impresa, Amor, non porgi aita, venir non potrò mai dove mi chiami, però tu c'hai accesa

la mente, ora l'aita a giunger la, sì ch'altro più non brami, deh sazia le gran fami che in tal digiun mi porgi,

e fa ch'in parte spieghi con qua' lacci mi leghi, guidami tu al camin, Signore, e scorgi con le tue divin'ale

il mio stil là dove per sé non sale. Che s'a le basse rime verrà da te soccorso, spiegherò il gaudio mio con tai parole,

Che 'l mio stato sublime (che è fuor del mortal corso) splenderà qui tra noi come fra il sole. E come scacciar suole

folta nebbia gran vento, così ora i versi miei da' tuoi chiari trofei ogni nube torran, talché contento

ciascun de le tue fiamme, pregherà che tu 'l fera e che lo infiamme. Ma poich'a lui non piace di scorgermi tant'alto

ch'io parli a pien di voi, luci felici, datemi almen voi pace, e se già fui di smalto per voi, siate or di me vere beatrici,

sì che non di infelici doglie verghi le carte, ma de la mia gran gioia, acciò che mai non muoia

il pregio vostro, e sappia ognuno in parte che dal ciel scese in voi ciò che puote di bello esser tra noi. Dico, luci amorose,

che chi fiso vi mira ben può dir di sentir dolcezza intiera, che 'l cielo in voi la pose, né 'l sol che 'l tutto gira,

vede se non in voi beltade vera, che vostra luce altiera, ch'al mondo non ha pare, con sue dolci fiammelle,

l'altre fa assai men belle, come de l'altre stelle il sol suol fare. Ond'io ch'a voi aspiro via più d'ognun felice ardo e sospiro.

Che quanta gioia al mondo ebbe alcun mortal mai, tutt'ho per nulla, quand'avien che muoia il bel lume giocondo

in me celesti rai. Che ciò che tra' mortai diletta e giova, non pur in voi si trova, occhi soavi, ma ciò che può il cielo

dar dì felice e lieto. Onde in voi sol m'acqueto, pien di casto desir, d'onesto zelo, che in voi mirando fiso

provo qui del piacer del paradiso. Che qualora i' vi veggio, allor chiaro discerno come si sale al ciel, come Dio s'ama,

e qual ne l'alto seggio mirando il lume eterno si sta contento, né altro più si brama, tal io l'antica brama

mirando in voi finisco, che in cor piacer mi nasce, che 'l desio ingordo pasce, sì che oltra più sperar già non ardisco,

che solo un vostro sguardo fa che lieto languisco e contento ardo. Ma che vo io scrivendo de la virtud'immensa,

occhi divini, del bel lume vostro, s'a pena non comprendo il ben che l'alma accensa prova di voi? O onor del secol nostro,

qual lingua, qual inchiostro, appien mostrar potria l'alta vostra virtute ? Certo rimarrian mute

quante lingue fur mute quante lingue fur mai, nonché la mia, che vostra luce viva non comprende uom mortal, nonché la scriva.

Canzon, qui ne starai con tua sorella, infin che venga teco l'altra, che dentro al cor ragiona meco.

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