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1619–1693

XVI

Giacomo Lubrano

Arte è la vita mia: tesso e ritesso le viscere spremute in bave d'oro: né pur del chiuso boccio ove dimoro m'è di volar al fin sempre concesso.

Salendo in sù di vil ginestra, appresso le rovine al mio serico lavoro. Così filando i giorni, arso mi moro: Parca, Prefica insiem, tomba a me stesso.

Povero già serpendo in verdi prati, gustai d'erboso suol dolci le brine, senza l'ira temer d'incendii ingrati. Ricco crebbi a l'insidie, a le rapine.

Apprenda l'Uom da me, che avari i Fati più corrono a spogliar chi ha d'oro il crine.

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