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1200–1260

XV

Giacomo da Lentini

Poi no mi val merzé né ben servire inver' mia donna, in cui tegno speranza e amo lealmente, non so che cosa mi possa valere:

se di me no le prende pietanza, ben morrò certamente. Per nente —mi cangiao lo suo talento, und'eo tormento —e vivo in gran dottanza,

e son di molte pene sofferente. Sofferente seraggio al so piacere, di bono core e di pura leanza la servo umilemente:

anzi vorrea per ella pena avere che per null'altra bene con baldanza, tanto le so' ubidente. Ardente —son di far suo piacimento,

e mai no alento —d'aver sua membranza, in quella in cui disio spessamente. Spessamente disio e sto al morire, membrando che m'à miso in ubrianza

l'amorosa piacente; senza misfatto no·m dovea punire, di far partenza de la nostra amanza, poi tant'è caunoscente.

Temente —so' e non ò confortamento, poi valimento —no·m dà, ma pesanza, e fallami di tutto 'l suo conventi. Conventi mi fece di ritenere

e donaomi una gio' per rimembranza, ch'eo stesse allegramente. Or la m'à tolta per troppo savere, dice che 'n altra parte ò mia 'ntendanza,

ciò so veracemente: non sente —lo meo cor tal fallimento, né ò talento —di far misleanza, ch'eo la cangi per altra al meo vivente.

Vivente donna non creo che partire potesse lo mio cor di sua possanza, non fosse sì avenente, perch'io lasciar volesse d'ubidire

quella che pregio e bellezze inavanza e fami star sovente la mente —d'amoroso pensamento: non aggio abento, —tanto 'l cor mi lanza

co li riguardi degli occhi ridente.

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