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1523–1554

CCXLII

Gaspara Stampa

Da più lati fra noi, conte, risuona, che voi sèt'ito, ove disio d'onore sotto Bologna vi sospinge e sprona, per mostrar ivi il vostr'alto valore:

valor degno di tanto cavaliero, ma non degno però di tant'amore. Io, quando a la ragion volgo il pensiero, godo meco, e gioisco, e vo lodando

che così prode amante i ciel mi diêro. Ma quando poi ritorno al senso, quando penso ai perigli, onde la guerra è piena, che Marte a' figli suoi va procacciando,

di timor in timor, di pena in pena meno questa noiosa e mesta vita (mentre voi foste qui, dolce e serena), me accusando ch'io non fossi ardita

di finir con un colpo i dolor miei, anzi che voi da me féste partita. Felice è quella donna, a cui li dèi han dato amante men illustre in sorte,

e men vago di spoglie e di trofei; col qual le sue dimore lunghe e corte trapassa lieta, avendol sempre a lato, fido, costante, valoroso e forte.

Felice il tempo antico e fortunato, quando era il mondo semplice e innocente, poco a le guerre, a le rapine usato! Allor quella beata e queta gente,

sotto una amica e cara povertate, menava i giorni suoi sicuramente. Allor le pastorelle innamorate avean mai sempre seco i lor pastori,

dai quai non eran mai abbandonate. Con lor dai primi matutini albori scherzavan fin al dipartir del sole, lietamente cogliendo e frutti e fiori.

Ed or di vaghe rose e di viole tessevan vaghe ghirlandette e care, come chi sacri altari onora e cole. Né la quiete lor potea turbare

l'émpito de le guerre amaro ed empio, che l'umane allegrezze suol cangiare: guerre che fan di noi sì crudo scempio, guerre che turban sì l'umano stato,

guerre suggetto d'ogni crudo essempio. Ben fu fiero colui, per cui trovato fu prima il ferro, causa a tanti mali, quanti il mondo prova ora ed ha provato.

Le guerre e le battaglie de' mortali erano tutte in quella età novella contra i semplici e poveri animali; contra' quali il pastor, la pastorella

con rete in spalla e con lacci e con cani givan cingendo questa selva e quella. Ma poi quegli appetiti ingordi, insani di posseder l'altrui robe e l'avere

da l'antica pietà si fêr lontani. Quindi si cominciâr prima a vedere le crude guerre e strepiti de l'armi, che fan, misere noi, tanto temere.

Allor sonare i bellicosi carmi s'udiro per citade e per campagne, contra' quai ogni stil convien che s'armi. Di lor convien ch'io mi lamenti e lagne:

la lor mercede, il mio signor m'è lunge; per lor non è chi, lassa, m'accompagne. Voi, se zelo d'Amor pur poco punge, cavalier onorati, se si trova

alcun, cui Marte dal suo ben disgiunge, dimostrate in altrui la vostra prova, perdonate cortesi al signor mio, in cui morir e viver sol mi giova.

L'aspetto suo devria sol far restio l'émpito d'ogni cruda ed empia mano, senza che lo chiedessi umilment'io; la qual con quanto posso affetto umano,

con quanta posso estrema cortesia (e giunga il prego mio presso e lontano) prego ch'ardito alcun di voi non sia d'offender pur un poco un signor tale,

e turbar seco ancor la vita mia. E voi, conte, voi, animo reale, provato e riprovato in ogni impresa, deh, se di me pur poco ancor vi cale,

quando sarà l'aspra battaglia accesa, andate cauto, ed abbiate rispetto a me, tutta per voi dubbia e sospesa. E pensate che sia nel vostro petto

l'anima mia con la vostr'alma unita, quasi in suo proprio e suo alto ricetto. E sì come pensaste a la partita, pensate, conte, omai anco al ritorno,

se voi cercate di tenermi in vita; ch'io vi vo richiamando notte e giorno.

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