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1523–1554

CCXCVIII

Gaspara Stampa

Felice in questa e più ne l'altra vita chi fugge, come voi, prima che provi, la miseria del secolo infinita; prima che dentr'al cor si turbi e movi

per tanti inaspettati uman cordogli, e poi d'uscirne al fin loco non trovi. Felice anima, tu, che qui ti spogli di questi affetti miseri e terreni,

e de le nostre pene non ti dogli! Tutti i tuoi dì saran lieti e sereni, senz'ira, senza guerra e senza danni, di pace, di riposo e d'amor pieni.

Felice chi si fa, sotto umil panni, di Cristo, signor suo, devot'ancella, né prova i nostri maritali affanni! E, gli occhi alzando a la divina stella,

lascia quest'aspro e periglioso mare, ch'aura giamai non ha senza procella! Felice chi non ha tant'ore amare, né sente tutto 'l dì pianti e lamenti

o di troppo volere, o poco fare! Qui s'odon sol al fin con gran tormenti o querele di figli o di consorte, e mai de l'esser tuo non ti contenti.

Infelice colei, ch'a questa sorte chiama la trista sua disaventura, ch'in vita sa che cosa è inferno e morte! Questa è una valle lagrimosa e scura,

piena d'ortiche e di pungenti spine, dove il tuo falso ben passa e non dura. Infelici noi povere e meschine, serve di vanità, figlie del mondo,

lontane, aimè, da l'opre alte e divine! Altre per far il crin più crespo e biondo provan ogn'arte e trovan mille ingegni, onde van de l'abisso l'alme al fondo.

Infelice quell'altra move a' sdegni il marito o l'amante, e s'affatica di tornar grata e far che lei non sdegni. Ad altri più che a se medesma amica,

quella con acque forti il viso offende, de la salute sua propria nimica. Infelice colei, che sol attende da mezzo dì, da vespro e da mattina,

e tutto 'l giorno a la vaghezza spende; per parer fresca, bianca e pellegrina dorme senza pensar de la famiglia, e negli empiastri notte e dì s'affina!

Infelice quest'altra de la figlia grande, che per voler darle marito, senza quietar giamai, cura si piglia! E, perché al mondo ha perso l'appetito,

non fa se non gridar, teme e sospetta de l'onor suo che non gli sia rapito. Infelice qualunque il frutto aspetta de' cari figli, e sta con questa speme,

lagrimando così sempre soletta! Questo l'annoia poi, l'aggrava e preme, che misera da lor vien disprezzata, e di continuo ne sospira e geme.

Infelice chi sta sempre arrabbiata, e col consorte suo non ha mai posa, mesta del tutto, afflitta e sconsolata! Tropp'accorta al suo mal, vive gelosa,

e col figliuolo suo spesso s'adira, non gusta cibo mai, mai non riposa. Infelice quell'altra, che sospira, ché sa che 'l suo marito poco l'ama,

e di mal occhio per mal far la mira! Alcuna in testimonio il cielo chiama, che sa di non aver commesso errore, e pur talor si duol de la sua fama.

Infelice via più chi porta amore, e di vane speranze e van desiri si va pascendo il tormentato core! Altre pene infinite, altri martìri,

che narrar non si sanno, il mondo apporta, mill'altre angosce e mill'altri sospiri. Felice per seguir più fida scorta chi elegge di Maria la miglior parte,

e si fa viva a Cristo, al mondo morta! Felice chi sue voglie ha vòlte e sparte al sommo Sole, al ben del paradiso, e qui con umiltà pon cura ed arte!

A voi convien, che 'l bel leggiadro viso celate sotto puro e bianco velo, avere il cor da uman pensier diviso. Felice voi, che, d'amoroso zelo

accesa, v'aggirate al vero Sole, che luce eternamente in terra e 'n cielo! Voi correte qua giù rose e viole, sarà del viver vostro il fin beato,

ch'altro non è di chi tal vita vuole. Felice voi, che avete consacrato i vaghi occhi divini, il bel crin d'oro a chi sì bella al mondo v'ha creato!

È questo il ricco, il caro e bel tesoro, quest'è la preziosa margherita, onde, di palme al fin cinta e d'alloro, vittoria porterete a Cristo unita.

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