Lasso, perché nel cor mentre ragiona Cose diverse e tante, Che memoria n'è stanca e ne vien meno Amor non lenta il freno
A la lingua, che timida e tremante S'arresta allor ch'ei più mi sferza e sprona? Perché quando dal seno A forza il cuor conquiso
Svelto sen corre al viso, Di morte a dispiegar l'ultima insegna, Di far chiaro il suo mal pur non s'ingegna? Oh, se d'ardir non mi rendesse ignudo
Chi l'alte fiamme e vive Desta, e gel poi mi lascia in faccia a lei! Forse ch'umil farei Empia tigre parlando, o qual ne vive
là ne l'arida Libia angue più crudo; E forse anche vedrei, Mentre che da quest'occhi Vien che più il duol trabocchi,
Il freddo marmo che mi strugge e infiamma Sentir, se non d'amor, di pietà fiamma Ma virtù muove da l'alpestre pietra Che, se il dolor mi sforza
E di molti miei mali a dirle un prendo, Freddo ghiaccio, scorrendo Per le fibre, ogni ardor raffredda e smorza E dal primo voler l'alma s'arretra;
Ond'io così tacendo Rimango in vista come Del Gorgone a le chiome Altri divenne, o lei che sasso cinse
Quando l'arco del ciel suoi germi estinse. E le voci a cui il cor, sotto l'incarco Del grave duol, l'uscita Cercava aprir, per sé far noto altrui,
Riedon più amare in lui L'ascosa a rinfrescar alta ferita, O restan de le fauci al primo varco; Ond'io non so di cui
Dolermi in quell'errore Deggia se non di Amore, Ch'a tal mi ha giunto, e poi d'ardir mi spoglia, Perché sia senza par l'aspra mia doglia.
Per conforto talor l'alma rimembra Questo o quell'altro esempio De gli alti abissi, e rinvenir non vale Che pareggi il suo male
Fra mille di là giù più fero scempio; Non chi a vorace rostro offre le membra, Non chi discende e sale Tutto affannato e lasso
Dietro al volubil sasso, Vien che del suo martir taccia e non gride, O di chieder mercé tema e diffide Canzon, qui meco ad aspettar rimanti
Quella che non è lunge, E a lei, tosto che giunge, Di' ch'a sì caldi prieghi ingrata e sorda Sciolse tardi lo stral da l'empia corda
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