A pié d'un verde faggio Del bel Meandro a la sinistra riva, Endimion s'udiva Chiamar l'amato e fuggitivo raggio
De la cerva del cielo, Vaga sorella del signor di Delo. Era in su l'ora apunto Che 'l celeste bifolco il carro guida
Ver l'Orsa che s'annida, E la notte il suo manto avea trapunto Di que' beati lumi Che fan quaggiù correr di latte i fiumi,
Quand'il giovin dolente, Bramoso di mirar la vaga luce Ch'a morte lo conduce, Con fredda lingua e con affetto ardente
Cose dicea sì nove Ch'a pietà mosse Radamanto e Giove. Allor fra selve e boschi Mille ninfe s'udir, mille pastori
I mal graditi amori Pianger di quest'amante, e i neri e foschi Giorni de la sua vita Ch'aspettan sol da la sua morte aita.
E perché fosse noto L'eterno suo martir, l'eterno foco, E inteso in ogni loco, Quinci Euro e Coro e quindi Borea e Noto,
Ciascun per la sua parte Lo sparse in mille lingue, in mille carte. «Apri il balcon celeste» Dicea «di novi lumi adorna e cinta,
Da tanti prieghi vinta; E 'n quel petto di smalto alfin si deste, O mia gelata face, Qualch'ombra di pietà che mi dia pace.
Scopri serena al mondo Quel più tranquillo e più sereno aspetto Che suol produrre effetto In terra più felice e più giocondo,
E con più tardo giro Frena il tuo corso, mentr'io piango e miro. Ecco il silenzio e 'l sonno, Prodotti a un parto della notte, usciti,
Più dell'usato uniti, Dalle cimmerie grotte, e, quanto ponno, Fan con licor di Lete Per l'oriente le campagne quete.
A queste piaghe mie Pietoso il sol, con novo stile in fretta, A chi di là l'aspetta N'ha rimenato assai cortese il die;
Né corse quel sentiero Ch'è di questa stagione il camin vero. Ecco ch'ad una ad una Espero chiama le dorate stelle,
Vie più lucenti e belle, Per coronarne l'argentata luna; Elle per torte strade Vengon ratte a 'nchinar l'alma beltade.
La stellata corona De la schernita giovane di Creta, Più luminosa e lieta, Veggio un che reverente a' pié ti dona
E tutto umil t'inchina, Qual de le stelle in cielo alta regina. Or lampeggia la stampa De l'isola ove ancor la terra bagna
La tua fedel compagna, là ov'Alfeo corre che fra l'onde avvampa, Ove fu l'alto acquisto Ch'il regno alluma tenebroso e tristo.
Ecco di nove fiamme Adorno l'animal che Garamante Tenne all'acceso amante Di Bagrade fra l'onde; e par ch'infiamme
La parte ov'egli gira E di tanto indugiar seco s'adira. Quel tempestoso figlio Mira di Ereo che festi in mezo il fiume
Privo di vita e lume, E fu poi segno in ciel per tuo consiglio, Ch'or, lieto e disarmato, Stanca il petto chiamando il raggio amato.
Il vecchio che soggiorna Converso in selce in su 'l gran lito moro Vede le figlie al Toro Fregiar la bocca e l'infiammate corna,
E se ne gode tanto Ch'appaga il duol del variato manto. E quella che mai sempre L'inevitabil fato, il caso reo
Ond'arse Ilio e Sigeo Pianse là sotto il polo in nove tempre, E con l'inculto crine Prediceva a' mortai doglioso fine,
Or già de le più vaghe E luminose stelle a paragone, Non più segno o cagione Di mal ch'il mondo orribilmente impiaghe,
Fora di propri calli, Mena con l'altre lascivetti balli. Dolente a' dolor miei Ne vien la bella Astrea con quella prole
Cui par non vide il sole: Io dico del gran figlio di colei Ch'in forma d'aureo nembo Il fallace amator raccolse in grembo.
O che lucente schiera Seco mena costui ch'in riva al mare Trovò luci sì care! Ecco Cassiopea sdegnosa e altera;
Ecco Cefeo appresso Smarrito ancora per l'orribil messo; E perché novi onori Ti porge il ciel, questa superba volto
Ha nel suo loco il volto Perché qual duce al tuo apparir t'adori, Rotto il fatal destino Di girar sempre il mondo a capo chino.
E tu, invida Notte che, spronando i destrier foschi ed alati, M'hai tolto i raggi amati E l'ore del piacer spesso interrotte,
Pietosa a tanto affanno Gira quel cerchio c'hai maggior nell'anno. Di te più lieto giorno Dal gran seno del tempo unqua non venne,
Se ben talor avvenne Ch'un sol dì fosse di più soli adorno S'or gira in terra il guardo Colei per cui tant'anni agghiaccio ed ardo.
Dunque, o mio lume eterno, O giel che m'ardi il core ott'anni interi, O cagion di sì veri Pianti ch'intenerir potrian l'inferno,
Deh mostra, omai cortese, Quel ch'indarno fin qui la mente attese. Io dissi: Un raggio solo, Un picciol segno di pietà che faccia
Fede che non ti piaccia Viver de la mia morte e del mio duolo; Ché basteria sol questo Il mio stato addolcir penoso e mesto.
Io so ch'altro non volsi Da te già mai, e tu saper lo puoi, Ch'il sol de gli occhi tuoi; Né ad altro fin questa mia voce sciolsi
Se non perché ti chiami Con la mia lingua il mondo e adori ed ami. Bramai che tanti doni, Tante doti celesti onde vai carca,
Non tronche man di Parca, Ma l'alto tuo valor tanto risoni Che vinca la memoria D'ogn'età, d'ogni tempo e d'ogni istoria.
E se sperar dovea, Per languir e servir con tanta fede, Qualche giusta mercede Un cor ch'adori in terra immortal dea
Con gli spirti sì accensi Qual a Dio sol per debito conviensi, Dillo nel tuo secreto A te stessa, o d'amor fiera nimica;
Saggia, santa, pudica, Face del mondo per divin decreto, Scala ch'al sommo bene D'una in altra sembianza ergi la spene.
Ma che pò far Medusa Altro che trasformarmi in freddo sasso Che spiri e mova il passo E tra speme e timor sempre confusa
Tenga la mente e stille Lagrime il volto e mandi il cor faville?» Mentre piagato ed arso Così bramando Endimion si strugge,
E pur s'asconde e fugge Quel raggio che talor benigno è apparso, Ecco venir dall'onde Voce ch'ogni suo ben turba e confonde:
«Non ir più desiando, O travagliato amante arso dal ghiaccio, D'aver la luna in braccio; Ma, 'l tuo frale terren stato mirando,
Frena il superbo ardire, Ché non è da mortal tanto desire. Ritorna al sonno antico; Ivi la lunga fe', l'acceso core
Pasci d'ombre e d'errore. Con quel vano sperar che t'è sì amico Forse sognando avrai Quel che non mai sperar desto potrai».
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