Da l'a a l'o disvaria Marte a Morte: l'un si dimostra nella sua pintura in splendida armadura: con lancia sulla coscia sta a cavallo;
l'altra con membra nude, nere e smorte sul bove scapigliata si figura, orrida, spunta e scura, con l'arco teso, che non getta in fallo.
Lasso, col capo cano tra questi in ballo mi veggio esser nel mezzo! Ciascun mi tira al pezzo: l'un mi percuote, e l'altro dice: - Aspetta,
che tosto sentirai la mia saetta -. Io mi rivolgo ne' pensieri e dico: questi due sempre strusson l'universo. Ma chi è per l'un somerso,
legge ordinata non vuol che si doglia, ché per diffetto dello padre antico fu iudicato ciascun per tal verso a ritto ed a traverso,
e ogni condizion segue tal soglia: è necessario per divina voglia, come 'l Signor divino morì a capo chino
in sulla croce per donarci vita, così da noi sua morte sia seguita. Questa fu sempre ed è comune a tutti; buono né reo, a nessun perdona;
questa l'alma corona, avendo il corpo amato il Re superno; questa ritiene molti vizii brutti, quando alcun pensa com'ella ci sprona;
questa la via dona al cielo, al purgatoro ed allo 'nferno: altro non fa costei la state e 'l verno. De' miseri è riposo,
de' ricchi un mal nascoso, che, non pensando mai ad altra vita, nell'altra truovan etternal ferita. Morte è bisogno e necessario fine:
s'ella non fosse, vie più mal serìa. Ma la greve follia è seguir Marte, che è d'ogni ben noia. Tutte le inique e le crudel ruine
son state al mondo per seguir sua via. Testimonio ne sia se Troia fu distrutta a cotal punto, Tebe, Cartago, Corinto e Sagunto,
e molte in mare e 'n terra destrutte per far guerra; e le province tutte e ogni loco son diserte o mancate per tal gioco.
Chi nol credesse, per Europia guardi Cicilia, Puglia e Terra di Lavoro, Roma e 'l tenitoro d'Abruzzi e della Marca e del Ducato,
Romagna e Toscana co' Lombardi, Piemonte e Proenza, ove dimoro fa il secondo coro, dove per guerra il tutto n'è mancato.
Non ha Francia per ciò molto avanzato, né Inghilterra ancora; Fiandra trista dimora; Ungheria, Buem ed Allamagna,
Genova e Vinegia se ne lagna. Ciascuna possa de l'umana vita, sanza più racontare, Marte seguendo, è venuta languendo
in fame, in povertà ed adultèro. Colui che move ed a far guerra invita, non pensa al fine ov'ella vien, struggendo, tutti mali aducendo,
morti, rapine, incendio e vitupèro. A tutti n'è tenuto, e ciò è vero; restituir non puote; alla morte, si scuote
or qua or là con le dogliose volte: vuole, e non può, e va tra pene molte. Alfine povertà di tanti mali assalisce ciascuno per tal verso,
che tal si fa converso, e tal superbo viene umile e cheto; e chi fu ricco ed in miseria cali, tapino sta, come uom d'ogni ben perso;
ogni gioco è somerso, languendo, del felice tempo a reto. La patria, che è tra Lachesìs e Leto, d'ogni ben s'abandona,
al tiranno si dona, che la conduce, se niente li manca, là dove il "ben gli sta" dir non si stanca. Che fanno, adunque, i miseri mortali
che 'n questa vita mai non voglion pace, non pensando ove giace per guerra il mondo, ov'egli è più disfatto? Concordia hanno insieme gli animali
che d'una gesta sono, e ciascun tace; non è già mai rapace lupo con lupo, né gatto con gatto; solo l'umano stuolo è tanto matto,
che l'un l'altro conquide, per viver sempre in stride, mai non pensando a chi per noi morisse e quanto - Pace, pace - al mondo disse.
Canzon, egli è predicar nel diserto a chi per seguir Marte è ito al fondo. S'egli è nessun al mondo ch'abbia del verde, anzi ch'al tutto manchi,
digli che mai di pace non si stanchi,
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