Vada chi vuol pur alto e meni orgoglio, ché io veggio ogni dì nova fortuna in questo mondo fallace e diverso. I' sento or più che sentir non soglio,
ed ho veduto mille, e non pur una, volte venire al ben il mal traverso: è oggi il bianco qui, domane il perso, e quanto più va tempo, più si muta;
cosa non è, che non abbia caduta, e quella ch'è più alta, ancor più tosto. Non è 'l secol disposto di stare in cosa fermo sol un punto,
ma in ciascuna stagion si volta e gira, e da cotali pensier chi vive, è giunto; perché, vivendo, un sol ben non si sente, ch'aparecchiato il mal non sia presente.
Con quanto vago volto ad altru' giugne felicità, e con che festa e gioco a van diletto molta gente move, con tanto doloroso drieto pugne
e tutto torna in dolor e foco: e 'ncontro a ciò non vaglion altrui prove. Non dica dunque alcun, se 'l ben gli piove, che non possa cader di stato tale,
però ch'egli è principio del suo male, sì come quegli ch'è portato in alto per fargli far tal salto che, quando cade, sia disfatto in terra.
Adunque, ben è folle quel pensiero che si fa lieto di quel che gli è guerra; e così ben è folle chi si dole di basso stato, e pur montar su vòle.
Raguardi alquanto chi richezza tene, o chi si perde per venire in essa, quant'è l'error che la sua vita ingombra. Ciò che si brama qui per mondan bene,
tutt'è dolor altrove, che non cessa, ed infinita sempre e mortal ombra. In ciascun tempo veggio che si sgombra il viver e l'aver ed ogni stato:
fanno divizie così l'uom fidato, che son assai che non aspettan morte, e pur veggion le sorte, che oggi è un, doman di vita passa.
Cieco è colui che ne l'aver si specchia e che ben viver crede, quando amassa, ché qui sta l'uom un picciol tempo e corto, a petto che fa altrove, quand'è morto.
Molti son sì ignoranti, ch'ogni giorno fanno ragion di cominciar lor vita e venir giovenetti in lor vecchiezza. Che fa Fortuna? Guarda attorno attorno,
e que' che vede in più vita fiorita di bene, di figliuoli e di richezza, verso costor dimostra sua fortezza. Come saetta, che sempre combatte
in cosa forte, quando in terra batte, e lo debile loco ten a vile, così questa virile disfece i greci re e li troiani,
li persi e' macedòni e que' di Tebe, bambiloni, tesalii e gli africani, e' Cesari e' Filippi e gli Adoardi: quanto dura ciascun, chi vive guardi.
Lungo serìa il dir in quante parti questa, ch'è vanità fallace, regna; ma ' dir in brieve, ne' più cor si posa: salvo che 'n quello in cui le su' arti
ritornan tutte a la celeste insegna, in ogni altro inteletto è poderosa. Per questo si può dir vita angosciosa la piccioletta vita che ci è tolta,
ché si perde per lei quella che è molta. Di che s'alegra qui, di che si vanta, di che si balla e canta? Ché ciascun ha dinanzi la trombetta,
e la sentenza corporale è data, ch'a la morte ci mena tutti in fretta! Qui si dé' l'uom salvare, e qui si danna; dopo la morte non gli val osanna.
Canzon mia, che da l'alma se' formata, tu puo' contar tuo' versi in ogni parte contra color c'hanno vana speranza; degli altri so che, quando cercherai,
via men che tu non credi, troverai.
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