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1330–1400

LXIV

Franco Sacchetti

Chi drieto va a quel ch'altri ha e 'l suo tener non sa, tallora stoscio dà

che ben gli sta: sì che non fa sua voglia, e la sua doglia non è chi toglia,

ma di quel che gli coglia ciascun ride: a l'altru' stride rispondon gride

che dicon: - Die ti mandi! -. A te dico, che grandi pel mondo imprese spandi con crudeltà che pandi,

o fier tiranno: seguì già tale scanno Neron, donando danno; ma per l'afanno

ben fu meritato! Non esser sì sfidato, ché convien ch'ogni nato a morte vegna.

Tal dice che si segna di cosa degna, ed e' si cava l'occhio, e non è cavalocchio

quel che glil fa sentire, per che guerire non può. Va il caval per - Giò -,

per - Anda - va il bo', e l'asino per - Arri -; e' carri sanza ruote vaglion nulla.

Ne la culla il fanciul si trastulla insin che dorme. Le torme

fanno l'orme; e sanza forme non si fanno usatti. I gatti

e' matti non fan bello scherzo. Chi è 'l terzo al palio, ha 'l mellone.

Il roncone e 'l falcione, ben fa chi non l'aspetta. Di poca stretta

muor la mosca. Bestia che s'attosca, niun la vòle. Or to' quelle parole,

ché non son fole. Dir si sòle che 'l conservare è guadagnare

più bel che l'acquistare; e nel mare è quella terra, che pur con guerra

tòr volea l'altru' possa: con aspra tossa cadde in fossa, che con ossa

vi lasciò il braccio. Buon piumaccio sanza straccio avaccio

è da pigliare più che 'l rotto. Chi ha cotto, non paga scotto, ché 'l biscotto

si porta in galea; e se fortuna rea gli fa mislea, camponne Enea;

ma se la va in fondo, fassi giocondo chi è al mondo a tondo

a tondo, ch'entro non vi fu. Alor fa il gallo - Cu cu ricù -; l'asaiuol - Chiù chiù -,

il cucul - Cu cu -; ancor più sù, ch'allora canta il grillo, la lepre, la ranella e 'l conillo.

S'i' ben distillo, lo spillo atigne il vino, e non del tino;

e 'l pino è bello in un giardino. Il fiorino accieca l'avaro.

Amaro è 'l caro a chi danaro non ha da spendere.

Tal vuoi prendere, che non si sa difendere che non rimagna preso. Chi fa mal peso,

ha offeso. Acceso foco esce di picciol loco,

e non par poco né gioco a cui s'apiglia. Chi ha bella figlia,

s'asottiglia in poca dota, e conciala con liscio e non con mota. Or nota:

chi non può sofrir agio, s'egli ha disagio, di lui faccia l'accusa. Chi ragion usa,

ben si scusa. Con fusa non s'inaspa; e tal araspa,

che niente acquista. Fa che tua vista tutto non agogni. I sogni

non son veri in ciascun tempo, e già per tempo il tuo avere sarà altrui podere,

come sapere tu déi che altri il tenne. Guarda a che fine venne Priamo, e che sostenne,

e Roma ove divenne ed ove è giunta. Non è sì forte punta ch'aggiunta

no ne sia una più forte. In corte vegnon sorte che paion torte

a chi le sente. Ben fu possente Ceser vincente tutta gente,

ed or niente di ciò tene: sì che la spene di tue mene

è folle. Non è sì duro colle, che, com'è molle, alfine non rovini.

Gl'indovini tallora fan latini che s'apongono. Le 'ngiurie non dipongono

gli altrui cori. Chi esce fòri, talor dentro non torna. Chi ha corna,

non si scorna. Tal inforna, che non sforna. Mal s'adorna

il baratto, che è disfatto, per un punto; e per un punto

perdé Martin la cappa. Chi incappa, ben inciappa, se non iscappa.

Con la zappa lavora 'l villano. Arestano non è sano,

ma sì il grano ciciliano. Chi ha buona mano, incanti la tempesta.

Tal fa festa, c'ha mal in testa, e dà con cesta altrui le frutte.

Le vie tutte non sono asciutte e 'l camin non mègliora. Mal vendica sua onta chi la pèggiora.

L'àncora ferma la nave non nella piave né in cave,

ma nel mar più alto. Deh, che bel salto diè messer Galasso! E non fu sasso

che 'l fe' venir in basso, né papavero: ben lo lasciò il Bavero col buccio,

sì che a Castruccio appena col capuccio a soldo giunse; ma febre il punse

dove il fece fievole, i' dico in Valdinievole: morì perch'a Dio piacque. Tocca quest'acque

e chi costu' fu, guarda, e po' da qual bombarda fu percosso. Chi è mosso,

vada e guardi che non cada nella strada, ché chi pur bada,

vive come vile. Esser umìle è quello stile che l'uom signorile

ben inalza. Mal si calza chi non ha calza. Or alza

sì che tu mi giuochi netto. Che gran diletto ha chi vive in pace! Sace

chi face e tace, ma non piace agli sciocchi.

Talor gli stocchi dan negli occhi, e' crocchi tiran le balestra.

La man destra più che la sinestra percuote. Chi ha gran nuote,

talor le scuote, e non sen vanno. Il buon panno fa bel riccio,

e la castagna ha 'l riccio, e lo spinoso è riccio; ancora è riccio lo stornello.

Il calandrello è bello Deh, come è fello chi non si misura,

e pur con guerra dura assale l'altru' mura! Tal presta a usura, che non ha cura

di quel che gli basta. Tasta di Francia l'asta, e come presa e guasta

fu in un'ora. Or pur lavora, ch'a la barba l'hai, s' tu stai,

o sai, o vai, ché guai par che tu vadi cercando.

La gente corre al bando. Or non dar bando che non sappi come. Non vanno in some

quelle pome che mangian gli orsi; e' torsi ancor son morsi

da lumache. Chi ha belle brache, portile scoverte. Ne le verte

si piglian i pesci. Se tu non cresci, inàfiati spesso, anzi ch'al messo

sia commesso che ti giunga. Or punga, sì che tu munga

le caprette. Scarpette a cordelette stanno strette,

e le sètte non son nette. Perché berette portan i priori,

e' fra' minori e' predicatori non son uditi? Sì che puo' far conviti,

perché uniti non son tanto. Tal fa canto, c'ha da far pianto.

Chi non cura alcun santo, gli vien da canto un altro amanto, che volge gli stati.

Quanti son ingannati, che fanno pur aguati di tòr gli altru' acquistati, e po' scornati

son ne lor pensero! Perché impero non è sì altèro, che nel cero

non abbia la coda. Oda chi va da proda: l'aver d'altrui si snoda;

non è che qui si goda in sempiterno; chi c'è la state, non c'è 'l verno; chi in paradiso e chi in inferno

vola; e l'anima sola quel che imbola porti, se n'ha forza.

Meglio è ch'andar a l'orza il vento in poppa. Tallora intoppa chi bee con coppa.

La fante zoppa non fila meno stoppa che la ritta. Chi dà sconfitta,

gente in morte gitta, ed è sepolta. Ascolta: ben macina 'l mulin c'ha buona còlta

e che di molta roba è dentro pieno. Il veleno fa venir meno

signor terreno, e Galieno non val a tal opra. Che val ch'uom si copra

o si discopra, che pur superbia aopra, e non mette in opra se non vizio e sdegno?

Truova danar chi ha buon pegno. Mal navica legno sanza ingegno. Or pensi chi tien signoria o regno,

e chi sanza ritegno altru' martira, che 'l Ciel vèr lui si gira con sì grand'ira,

che fiamma spira e verso lui la pigne; e guardinsi le tigne, le serpi e le cicigne

e chi guasta le vigne, che le farfalle e' calabroni e' dragoni e' mosconi

e' leoni con tutte le formiche non si muovan a biche a trar lor le vesciche.

Ben che tu pai truffa, e' non ti terrà buffa chi t'intenda; vanne, figliuola mia, là dove gente sia,

e s'alcun fia, che vilania ti faccia, acciò ch'ognuno il saccia,

truova 'l Pescione e fa che sanza lena tra gli altri degni il metta ne la cena.

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