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1330–1400

LVII

Franco Sacchetti

Fece già Roma triunfando festa, quando sommessa e vinta de' Vegetani fu l'ardita possa; e quando Erbonio e la sbandita gesta

sul monte fu dicinta da l'arator, che diede a lor percossa; e più ancor, quando la bella mossa Furio Camillo fece contro a Brenno,

vendicator di quel che' Galli fenno, e le' mettendo nel primiero stato; e quando, Pirro con sua gente grossa stando in Italia a guereggiar con senno,

che Currio e le romane schiere denno negli elefanti, e 'n fuga fu cacciato; e quando Anibal vecchio e chi 'l soccorse dinanzi a Claudio ciascun vinto corse.

E poi nel tempo ch'Asdrubal, disceso di Spagna, giunse ove ello finì sua vita, tra cotante ancisa, di gloria ogni spirito ebbe acceso;

quando quel'aspro bello d'Africa 'l buon Scipion recò in tal guisa; e quando al re Fillippo fu conquisa la forza, per Flamineo soggiogata;

e quando Asia fu segnoreggiata, che Atilio vinse Antioco per terra; e quando la città che Dido Elisa già anni settecento avea fondata,

vinta la vide, arsa e profondata pel secondo African, che là fe' guerra; e quando Aristonico ebbe doglia dove Porpenna saziò sua voglia.

Sentì tal dono, quando il re Birnito, che 'ncontro a lei venìa, sul Rodano da Flavio fu sconfitto; e quando Mario mise a tal partito

Giugurta e sua folia, Numidia recando a suo diritto. Di Cesar, di Pompeo, sì com'è scritto, quant'ebbe gioia non si può contare,

le 'nsegne, le milizie e 'l triunfare di molti assai, che fama le portaro infino al tempo d'Ottavian, ch'aflitto non ebbe il cor nel primo incoronare.

Ma lunga tema mi fa abandonare, tanti fur quelli che la consolaro; ed essa, quante più vittorie avea, con amor e vertù sempre crescea.

E tu, Fiorenza, or che se' sì alta non già, credo, per opra de' figli tuo', ma dell'etterno Sire, non par che tu conoschi chi t'esalta,

né qual ventura aopra che tanto tempo ha pieno il tuo disire: sanza di spada o d'altr'arma fedire, veduto ha' quasi ogni nimico in fondo.

E tu, che fai di tal tempo giocondo? Quanto più vinci, a te più fai offesa, e qual stagion, non pensi, può venire, né qual fortuna può donar il mondo,

né qual è lieve né qual grave pondo; ma stai ne' vizi, ov'è tua voglia attesa, la qual ti mena sì ne' tuo' consigli, che 'l ben tu fuggi, e 'l mal par che tu pigli.

Folle mi par, e cieco, il tuo pensero, se esser tu puo' grande sanza fatica, e la tua mente il fugge: chi vince suol montar in stato altèro;

in te alor si spande division, ch'ognor t'abassa e strugge, che, dove posa, sempre ogni mal sugge. Mira a la discordia, che fu tanta

tra Mario e Silla, e pestilenza quanta ne' cittadin de la lor terra nacque: fuggi, per Dio, adunque, cotal ugge, che surgon fuori di maligna pianta;

e guarda ben che chi le muove, e canta, è quelli a cui sempre tua morte piacque; e pensa ben, se tu perdi vincendo, quel che farai se tu verrai perdendo.

Volgiti atorno e con la mente guarda le terre a te da presso, che son diserte, e perché così stanno; mira la gente suggetta lombarda,

e caso quale è desso, ch'oggi ciascun fa star sotto tiranno. Raguarda ancora che viaggio fanno que' del paese, dove se', toscano:

or cerca un poco che polso ha la mano per parte de la 'nferma tua nimica; guarda se Lucca per ciò sente danno; guarda per che Arezzo è sì malsano,

e quella che t'è incontro nel tuo piano, ed altre assai, ch'al dir mi vien fatica, che van di male in peggio sol per questo. Ma, se ben senti, assai t'ho manifesto.

Canzon mia, va o sta, qual vuo' sì piglia, ché gir quasi non puoi dove non truovi figli di costei; se d'amor vedi o di vertù famiglia,

acosta i versi tuoi fra lor con quella voce che tu déi; a ciascun di' che fugga setta o parte, ché, poi ch'è nata, tardi si diparte.

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