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1330–1400

LIII

Franco Sacchetti

Novel pensier d'amor lontan mi mosse a gir vagando fra folti albucelli, per far mie' spiritelli partir alquanto da amorosa pena;

e giunto in loco, novo a me qual fosse, in scura valle tra due monticelli, fiso mirando quelli, chiamar senti' timida boce e lena.

Alor mi volsi, e con tremante vena giacer i' vidi, e quasi in morte offesa, una Donna distesa tra masse e pruni, e me a sé chiamava

sì umilmente, ch'io ne lagrimava. Ma pur per la pietà ch'al cor mi venne inverso lei tostàn mi mossi a gire; e come al suo martìre

m'apressimai, e sette fiere vidi, ch'ognuna invèr di me sua via tenne, con infinite genti lor seguire, incominciando a dire:

- Qual è colui che 'nvèr costei ti guidi, messa per noi in tempestosi stridi? - Ed io merzé adomandai, e quali e' fosson animali.

Rispuoson: - Noi siàn le sette morti di ciascun'alma che amor ci porti; e que' che seguon dietro a nostra coda, son tutti vaghi di cotale insegna,

di che ciascun s'ingegna far che sua volontà sempre a noi serva. La donna che là giace in su la proda, che già al mondo fu sì cara e degna,

per noi quasi non regna, ché più di lei abbiàn chi noi oserva. - La luce mia, che 'n lei stava pur ferva, mossemi a questi far un giusto priego,

ch'a me non fosse niego d'andar a quella che presso giacea, ché 'mmaginando già la conoscea. La sua pietà la mia paura vinse,

e 'l don mi fecion sì com'io pregai; a lei sùbito andai e quasi con timor gli diè saluto. Un poco forza alor sua vita cinse,

dicendo a me: - Qual son, dimmi s' tu sai. - Ed io a lei: - Già mai non so se in altro stato t'ho veduto. - E con un dir che è quasi al fin venuto,

piangendo disse: - I' sono abandonata, e già fui onorata. nel tempo che regina al mondo vissi. - Conobbi lei e con lamento dissi:

- Tanto di mal non senti, antica Donna, quant'è mia mente accesa a dir suo voglia, pensando che tua doglia per grieve morbo è in questa parte giunta.

Fosti già valorosa altrui colonna, bramata con disio per ogni soglia; or ciaschedun si spoglia da te, sì come di tuo possa munta;

veggendo la tua faccia fèra e spunta, che vaga già ornava ogni inteletto, nessuno il tuo aspetto si move a confortar, ma morte grida

ciascuno in te, e 'n mal voler ti sfida. Lassa! Ben che più lassi son coloro che con pietà non piangon tua fortuna. Omè, dove s'aduna

nesun tuo figlio per vestirsi a nero? Omè, qual vien a far teco dimoro, per farti viva in alegrezza alcuna? Omè, dov'è pur una

de le tue forze date al roman coro? Ché più di lor che d'altri forte ploro, pensando a' padri ed al vetusto fregio, che luminato pregio

fecion a te, e tu a lor che 'l desti; ed or chi n'è, che qui per te si desti? Lassa, che, s'alcun è ch'alquanto t'ami, da chi pur ti nimica è messo al fondo;

così 'l dolente mondo, non conoscendo te, qui si diletta. Morir ti vedi ed alcun'ora chiami: a te non giugne primo né secondo,

ché ciascun par giocondo con crudeltà cacciarti in aspra fretta; e la tua amara fin da lor s'aspetta con gaudio più che s'acquistasson gioia;

ed hanno tanta noia pur di quel poco, misera, che vivi, che quasi pensan di gittarti a' rivi! - A pena insino a qui fini' mie' versi,

che 'nverso me si volse sospirando e con sua man segnando, mi disse: - Figliuol mio, per Dio, ti parti, però che questi intorno a me perversi,

che mi fanno morir così stentando, veggendo te qui stando, a te il simil non facesson farti. - Ed io, che mi sentia in tutte parti

preso in pietanza de la sua figura, di me non m'era cura; ma pur mi mosse con parole tanto, ch'io mi parti' con doloroso pianto.

Canzon, perch'io partito sia da questa, non te ne partir tu, ma, come amica, quanto puo' la notrica, ché, morta lei, non è chi vertù doni.

Se con pensiero alquanto si molesta d'esser stata felice, ed or mendica, conforta sua fatica; e se in morte al tutto s'abandoni,

dì che l'aspettan i suo' Scipioni, Fabrizi, Fabi, Camilli e Marcelli co' più suo' car fratelli, e che fra gli altri Cesar più la brama

con voglia tal che sempre lei pur chiama.

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