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1330–1400

CXLIX

Franco Sacchetti

Credi tu sempre, maladetta serpe, regnar vivendo pur de l'altru' sangue, essendo a tutti velenoso tarlo? Tu se' iniqua e maligna sterpe;

chi più ti serve, più doglioso langue. Chi vive il sa, se vero è quel ch'io parlo! Quelle che feron Bruto a ben nomarlo, nimiche ed in essilio da te sono,

e l'altre consequenti hanno tal dono, perché Saligia tien tua mente dira. L'alta potenza spira, le stelle e 'l ciel, che tu verrai al fine

per guerre e per ruine che contro ogni dover movi a Fiorenza, poi che non vinse Carlo tua potenza. Tu hai svegliato chi dormia fiso

nel bel paese italico, e non pensi chi già disfece il gran Mastin lombardo. Tu se' ben grande, ma il folle aviso ha fatto sì che ciaschedun conviensi

a voler atterrare il tuo stendardo. Veggo due chiavi già, s'io ben riguardo, serrarti il gozzo e fare un forte nodo, che si lega in Toscana fermo e sodo;

e dentro vi s'allaccia il Ferarese, Piemonte e 'l Genovese, e forse il Veronese e 'l Padovano, Reggio col Mantovano,

e tutta Puglia, contro a te, superbo, per farti favellar d'un altro verbo. Ciascun re giusto dovria pigliar l'arme, signor, comun ch'a ben viver intende,

per spegner te, sì come Minutauro. E disdir nol porria la tu' arme, che d'apetito umano ognor s'accende, d'alma, di corpo vaga e di tesauro.

Crasso cercò, sì che l'uccise, l'auro, e Tamerìs diè sangue a chi 'l bramava; ed Anibal d'aver Roma pensava, ma Roma prese e disfece lui.

O calcatrice, in cui perfida voglia sempre si rinova, pensi tu che la prova la qual iniqua contro al dover mostri,

non ti rinchiuda in fortunosi chiostri? Cammera di ladroni e di compagne, ostel di gente contro a Dio perversa è il cerchio dove la tua possa chiude:

con questo guasti i piani e le montagne de' liberi viventi, e con diversa rapina segui le tue voglie crude. Armi ciascuno le sue membra nude

più per disfarti che per far riparo! Movasi dal Cornero insino al Faro! Ed ancora il re giusto d'Ungheria e tutta Europa sia,

se ciò non basta, a far che tu non urga! Hercole qui resurga e vinca te sì come vinse Anteo e 'l crudo re di Trazia ed Ateleo.

Più che Nembròth superbo, e più crudele che non fu mai Gallicola o Nerone, lupo se' stato a le tue pecorelle. Aspro tiranno con amaro fele,

quante ha' tu fatte misere persone, morte e scacciate, e donne fatte ancelle! Dolente se' se lasci a lor la pelle; e così vòti ciascheduna terra!

Or vuogli a chi è libero far guerra e spander il velen là dov'è 'l Tòsco. Tu non conosci il tòsco: diviso era chi è fatto unito;

e tu non se' salito dove credesti a tua speranza vana, quando mancasti fede a Serezzana. A tutti que' che voglion giusta fama

e tengon libertà, che è tanto cara, "come sa chi per lei vita rifiuta", canzon, non istar muta: ché, se tal biscia or non si disface,

non pensi Italia mai posar in pace.

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