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1330–1400

CXCIV

Franco Sacchetti

Gregorio primo, se fu santo e degno, il libro de' "Morali" e gli altri scritti ne fanno prova, e la sua santa vita; e se 'l secondo poi seguì tal segno,

per lui fur gli Franceschi a fede ritti, del suo distribuendo ogni partita; il terzo fece la resia sbandita; d'Italia il quarto cacciò i Saracini;

il quinto giusto fu ne' suo' confini; il sesto con ragion beato visse; il settimo, soccorso da Guiscardo, miracoli mostrò in santo stato;

l'ottavo in pace sempre ebbe riguardo; dal nono lo decreto si descrisse; il decimo discreto, umile e grato; l'undecimo più mal, che tutti bene,

fa or nel mondo, e di Limoggia vène. E qual Erode mai, qual Faraone, qual Dionisio, Dario o Mitridate, qual Alessandro genito d'Ircano,

qual Galicola mai o qual Nerone, qual Attila, o qual iniquitate ch'usasse mai Azzolin di Romano, qual Saracino mai o qual pagano

tre cose fece già tanto perverse, lasciando l'altre assai che son diverse? La prima, per far a' cristiani guerra, Faenza, quale hai fatta sì tapina,

a' barberi impegnasti; ed in quel prezzo s'inchiuson gli adultèri e la rapina. E tu, che se' pel ciel vicario in terra, non pensi che a lui ne vegna lezzo,

che per lo tuo difetto sente e vede il popol suo cercar l'altrui merzede? La seconda iniqua, ingiusta e ria fu quando, sanza amore o caritate,

le terre tue su quel di Piagenza vendesti a tiranesca signoria, dando i viventi per maggior derrate che non fe' Tito la giudea semenza.

Oh crudeltà dov'esser dée clemenza! Ché, come Giuda trenta vendé Cristo, tu trenta desti per un danar tristo, per ingrassar li porci di Bretagna.

Dunque, se pena ti vedi incontrare, altro non è che giustizia superna. Non vedi tu la terra e 'l cielo e 'l mare e sì la tua come l'altrui compagna

ed ogni cosa mortale ed etterna far di te segno, e a chi me' saetta, ché così vuol la divina vendetta? La terza micidial, crudele e fèra

fu l'inocente sangue di Cesena, sparto da' lupi tuo' con tanta rabbia: gravide e vecchie morte in grande schera, tagliando membri e segando ogni vena;

pulzelle prese, e dir: - Chi l'ha, sì l'abbia! -, ed altre rifuggite in nuova gabbia, alunne co' fanciulli, e per più scempi seguite e morte su l'altar de' tempi.

O terra, o lago rosso del tuo sangue! O pontefice, o diavol che ciò mosse! O cardinal maligno di Gineva! In cui si fideran l'umane posse,

veggendo come questa terra langue? Guai a chi t'è sotto e non si leva! Perché giusta casgion è liberarsi da chi del sangue umano vuol nutricarsi.

Veder può dunque ognun, che si tien forte ne la sua libertà con ferma lega, che 'l tempo vale quand'è chi tosto 'l prenda. Ma que' che non conoscon vita o morte

e che posson fuggir da la tua sega, avolti stando ne la pigra benda, aspettan drieto a cena aver merenda e giugner ne li loro mortali inciampi.

Però da le tue branche ognuno scampi, pascendo loro anzi ch'altri lor pasca! O fé confusa! Che posson dir quelli Tartari, Turchi e gli altri infedeli,

veggendo i gran pastori a Dio rubelli e che lor vita sì ne' vizii casca, se non di venir dentro a' nostri teli e vincer tutto, a farsi ubidire,

quel che a loro dovresti far sentire? Canzon, a quella adulterata seggia ne va, e dì a colui che l'aombra, vitupera, consuma, affligge e guasta,

ch'anzi che sua final giornata veggia, Italia ponga in pace, ed a chi ingombra la Terra Santa pinga la sua asta. Per altro modo già mai non si spasta

la grande infama dove tanto corre. Ancor è tempo a buon rimedio porre. Se non che, come già fu spento e schiuso tra gli altri del catalogo Lione,

a ciò che di sì pessimo non parli, così lui veggio, e 'n piggior condizione, il nome suo in terra esser deluso, conquiso il corpo, ed ogni ben mancarli,

e 'nfine ne l'abisso gire al fondo, chiamato essendo papa Guastamondo.

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