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1330–1400

CLXXV

Franco Sacchetti

Pelegrin sono che vegno da terra, e passo su per terra, e vo a terra, a terra,

a terra, a terra, ché la mia guerra non ha triegua né pace.

O volontà fallace, una via ti piace che spiace a lo 'ntelletto,

che conosce 'l diffetto: tu cerchi qui il diletto di viver e di stare, d'acquistare,

di regnare, d'amare e di durare possente.

La ragion nol consente acquistar tesoro, ché dice: - Io moro e partomi da lui -,

mostrandomi in cui fu ricchezza più fida; ed or chi guida di Dario o di Mida

o di Crasso l'avere? La volontà non se ne può tenere, dicendo: - Io ho bisogno, e sogno,

s'io non ho ricchezza, ché ciascun sprezza l'altru' povertate; e più fiate

vertù e nobiltate nel povero è schernita, e la viziosa vita nel ricco è gradita

e fatta degna. - Per questo par ch'avegna la voglia esser più alta, perché vede ch'essalta

chi stato acquista; e tutta se n'atrista, se signoria non ha come disia,

e alcun'ora fia su per li stati grandi. Lo 'nteletto alor dice: - Che comandi? Or piglia e tieni e spandi,

ché, se superbia pandi, hai 'l botto, ché gli angeli se ne voltar disotto, e brutto è fatto il bello.

Tenne terra o castello Nino o Xerse O Alessandro o Perse, Cesar o Ottaviano:

tornato è tutto in vano! E tu, dov'hai la mano a posseder quel che altri lasciò? - La volontà si move a dir: - Che fo?

Io non son inorata, s'io non ho; e se io sto o vo, i' son ripresa,

e avendo ragione, non sono intesa. - Da l'altra parte attesa vien una voglia con li più consigli d'amar ed aver figli:

per che par che s'appigli con forza e con artigli la mia mente, che altro ben non sente

se non servire a loro. Lo 'ntelletto ne grida: - Io ne ploro! Farai Dio di costoro? Se io ne moro,

per te perduta è l'alma, e sotto greve salma ti disfai; de' tuoi me' non avrai

che de' suo' avesse Davìd o Priàmo, che 'n loro ogni vertù par che troviamo. - La volontà si turba e dice: - Io amo! Parole noi diciamo,

e tutto dì proviamo che nostra carne strigne al suo erede, e chi ama, non vede. - Ancora: - Fede

porto a donna tale, che valor non mi vale da moverla dal core. Quest'è maggior errore,

ma tal signore mi tien nel suo impero, che solo in lui è di farmi stranero; e ben ch'io arda, questo foco chero,

e sempre in lui spero. - Qui grida la ragione: - Falso nocchiero, tapina, in che sentiero ti mena?

Lussuria sfrena ogni tua vena! Ami tu Madalena, o santa Elèna,

o altro santo? Cu' ami tu cotanto? Carne corotta sotto nuovo amanto! È questa a te più dèa,

che Dido ad Enea, o che non fu Medea di Colcos a Iansonne, o a Parìs per cui Agamenonne

ne disfece Ilionne e le sue ville, o che non fu Pulisena ad Achille, o a Piramo Tisbe, o più di mille,

che da queste faville furon arsi? Chi volle in lussuria più fondarsi, che Iupiter, Semiramìs e Venere?

Che è de la lor cenere? Guarda là Cleopatra! -. La voglia latra e dice: - Io 'l conosco,

ma chi riceve il tòsco dell'amoroso sole, elle son fole che talor vole

non amar che ama; il mondo ed amor a ciò mi chiama. In questa lama di viver sempre ho brama,

e non penso di fama né de' finiti giorni. - Lo 'nteletto mi dice: - Or ecco scorni, ché alcun non è che torni;

niun rimane, e da sera e da mane non se' sicura. Nembròth con alte mura

provò la lingua oscura, e non fece armadura dove fuggisse morte; e' volea esser forte

contro a Colui che non fu mai vinto; ma dicinto fu il suo pensero. Che è di questo altèro?

Non so s'è in cimitero o s'egli è in fossa, ma so ben che sue ossa sono a pari d'ogni corpo vile. -

La volontà virile risponde al stile: - Penso che vero dichi, ma non mi sono amichi

i tuo' sermoni; e se io moro, ognuno ha questi doni! Perché pur mi ragioni de le trombe e de' troni,

che io non veggio? Chi ha mal dov'io seggio, altrove ha male e peggio, e quel che aver deggio,

non so, ma so ch'i' ho qui vita e tempo. -

Memoria e intelletto ad un tempo per tempo al voler ciascun contasta: - Misera vita e guasta!

E fummo e vento fanno il tuo argomento, perché tu senti, e sento quanto pavento

ha 'l corto viver nostro, che nel suo chiostro spoglia chi me' veste. Quante persone meste!

Ognora assai tempeste! L'un giorno reca fame e l'altro peste; l'altro le teste per discordia taglia;

l'altro con maglia e piastra il mondo strugge! Ed altre diverse ugge, che chi le fugge,

convien ben che corra, ch'appena par che occorra un'ora tra molti anni sanza diversi affanni! -

Ed io con questi inganni pur combatto: or fatto, ed or disfatto

mi ritrovo. Ma qual più caso novo, che spesso seco il voler si pugna? Piantando melo o pero o fico o prugna,

sùbito par ch'aggiugna veder di questi il fiore, poi 'l frutto e 'l sapore; e non può tal valore

in due ore venire, ma in più anni. Dunque con questi inganni la volontà ne' suoi pensieri è giunta,

ché non s'avede, e brama mortal punta. Così è punta d'ogni mercanzia, cercando ogni via

che 'l mese e l'anno passi, e vassi sanza passi per morte e per guadagno;

e 'n questo e 'n altro stagno pur mi bagno, e di combatter mai non ristagno, ché sempre io mi lagno

in questa storia tra lo 'ntelletto, volontà e memoria.

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