Festa ne fa il Ciel, piange la terra, duolsene il Purgator, stride lo 'nferno, poi che 'l Petrarca è morto, fiorentino: colui che sempre avea co' vizii guerra,
cercando i modi santi e 'l regno etterno, tanto avea gli occhi verso 'l Ciel divino. Ne le tre teologiche fu fino, vivendo ognora con le cardinali;
maestro de le sette liberali, con dolce stile e con vaga eloquenza; fonte di senno e fiume di scienza; componitore d'ogni prosa e metro;
e, se il vero impetro, isponitor de' linguaggi diversi; rinovator de' passati costumi; amunitor de' perversi;
dimostrator di leggi e di dottori, de l'antiche virtù e degli autori. Dunque è ragione, se 'l Ciel ne fa festa, ché nullo in poesì tal ebbe mai:
però Giovanni e Paulo l'acompagna tra' nove cori e l'angelica gesta, di grado in grado, e ne' cellesti rai. Pietro il guida, e d'aprir non ristagna,
infin ch'egli è tra quella turba magna che gli appostoli vede e' vangellisti. Quivi l'abbraccian quattro dottoristi; e con lor è Grisostimo e Bernardo,
Isidoro, Anselmo e Pier Lombardo, Severino, Basilio e Nazanzeno, Ugo e Damasceno, Dionisio, ed assai di questo stile.
Con lui saliron a la divina aura, dove a la Madre umìle Vergine feron di costui offerta, che 'nanzi a Dio gli diè la gloria certa.
Piange la terra, e non è maraviglia, perché a ciascun che con virtù vivea, manca il lume che gli dava luce. Piange Parnaso e tutta sua famiglia,
Clio e l'altre Muse, ove solea veder ciascuna tra lor questo duce. O Elicona, chi omai conduce alcun, ch'avesse voglia del tuo fonte,
po' che spilonca già è fatto il monte? E quel che più in me la vita grava, è, lasso, che la tavola si lava, e nessun segue, e ciaschedun si tace.
Chi leverà chi giace? Chi guiderà le menti a lor sentiero, e chi darà aiuto a l'altrui alma? Chi fia d'ingegno altiero,
perduto essendo il nocchiere accorto, ch'a ogni vento avea sicuro porto? Se 'l Purgator si dole ed hanne pena, giusta cagion è, perché niun si move
né può veder quant'egli è degno in Cielo, e l'aspettar gli grava; onde si sfrena ciascun nel pianto dicendo: - Omè, dove per nostra colpa abbiamo agli occhi il velo! -,
bramando ognuno d'uscir del suo telo e salir ne l'impirio fra le stelle per veder questo tra l'anime belle. E forse v'è alcun che 'n versi scrisse,
che piange, ché non fe', mentre che visse, tanto, ch'andasse sùbito al suo loco, sanza provare il foco. Così riprendon lor ne l'altru' loda,
vaghi degli ultimi anni, per mutarsi da quella a miglior proda: e molti priegan che chi vive prieghi, sì che 'l Signore a lor disio si pieghi.
Al pianto, de' dannati l'aspre strida aggiunte sono, almen da quella parte dove è chi diede lume ed a sé il tolse. Con alte voci Virgilio grida:
- O fratel mio, da te mi diparte sol ch'io non fui po' che Dio nascer volse. - Omero, Ovidio, Orazio si racolse, Lucano ed altri, a far greve lamento,
dicendo: - Messi siamo a tal tormento, ché non sentimo la diritta fede: per questo mai nessun veder ti crede -. Così piangea altrove maggior turba;
Aristotil si turba, Socrate, Plato e Tulio ad una voce: - Niente sappiamo, credemo saper tutto; e quel che più ci nòce,
è non poter veder questo tesauro, che vide tanto sotto il verde lauro - Averois a tal romor si mosse, dicendo: - Lasso, che mi valse il tempo
nel qual disposi il gran comento mio, che non credea che altro già ma' fosse che vedesse quant'io, tardi o per tempo? Or veggio ch'io non scorsi l'a dal fio.
Veduto ha questi più che non vid'io, onde son cieco e di vederlo ho voglia -. Democrito si pinse a tanta doglia, gridando: - Ed io son qui maladetto;
per caso fortuito il mondo retto esser sostenni, e non per ragione. O falsa oppinione, che fatto perder m'hai la patria lieta!
Ed ora pelegrin per sentir peggio, son dal caro poeta -. E gli Epicuri e chi con lor attese si percotean ne le mortali offese.
Nino e molti asiriani regi dicean: - Chi sarà autor di noi? -. Piangean li Persi, e così li Tebani, Agamenòn, Achille e gli altri egregi
del greco stuolo; ed a lor seguia poi Enea, Ettòr e Parìs co' Troiani. Po' venìa maggior flotta di Romani: Bruto, Fabrizio, Scipione e Cato,
Metello, Fabio, Camillo e Torquato, e Cesar e Pompeo, con tanti attorno, ch'io non potrei discriverli in un giorno. In altra parte co' suoi Aniballe,
Annone ed Asdruballe, Allessandro e Filippo avean tal suono, Attalo ed Antioco ed ancor Pirro: tutti parean un truono,
gridando: - Al mondo omai perduto abbiamo chi dimostrava ciò che no' lasciamo -. I' non potre' ma' dir quanto si canta dov'egli è ito, e quanta doglia prende
chi l'ha perduto e chi gli sta da lunga. Un loco è solo in terra, che si vanta de la sua morte; e ragion che ne rende, è che 'l sepolcro suo là si congiunga.
O villetta d'Arquà, qual fia ch'aggiunga di fama a te, avendo tal reliqua? O Antenòr, già mai non fia obliqua la gloria del signor dove fondasti
la terra, in Talia, e 'l corpo lì lasciasti: ché l'amò vivo ed or morto l'essalta. La sua virtù è alta, ché volle a sé tal uom per gran virtute,
li re antichi e' buon Roman seguendo, che per la lor salute cercavan sempre vallorosi e degni, faccendogli consorti dentro a' regni.
Canzon, i' ho paura, e nulla temo: paura ho che mai nessuna rima segua con uom che vegna sì eccellente; non temo di costui, ch'al Ciel supremo
riceve il don che niun maggior si stima; né di mia vita curo omai niente, ché disiava il viver pel vivente che morte, nel dì terzo
del solleon, settanta quattro e mille trecento, spense qui le sue faville.
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