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1330–1400

CLIX

Franco Sacchetti

La lingua nova, ch'altrove non si trova, mi par sentir per prova che mova

il Fiorentino con un latino né francesco né latino né ungher né ermino

né saracino né barbaro né tartaro né scotto

né degli altri discesi di Nembrotto: dico, d'un parlar rotto con parole e con motto: vo' contare

e narrare quello che ricordare potrà la mente, che sente

primieramente rimorchi, rimbrocci, gnaffe ed occi, e non a que' che' buo' tengon a socci,

che con tascocci vanno pur aguale. E già non me ne cale ché le ciuffole,

buffole e truffole non dice chi sta cheto; ma non fa eto,

perché gli è leto, e par milenso. Che ritenso gli vegna al nighittoso,

ch'è fatappioso e dappioso, ed anfana e tafana

e cinguetta. Il Trugia in beretta; e' sta in pettine di sette, e mette

il tempo a dar punzoni, leffoni, ruggioloni, sergozzoni.

E' son fagnoni e goccioloni, che dicon sciarpelloni, e guatan in cagnesco,

ed hanno marcio il guidaresco, e sotto 'l desco già mi portan broncio; ma sconcio

è 'l lor guardar a squarciasacco. Se io gli amacco, e fonne macco, sarà pur fiacco:

il fante aralla. Or statti a galla dalla baralla, ché se gli avalla

e calla, la palla andrà di palo in passo, e 'l sasso

farà fracasso insin dentro la berta, se non si perta. Pur pian per l'erta,

ché, Roma e toma, la sua chioma accaffa;

e 'l maestro da giaffa gli dà la schiaffa, ed araffa e non ristagna,

ché persona mascagna gli dà un colpo nella cuticagna; per ch'e' si lagna della indozza,

e intozza e non istozza sanza truffa, buffa

e ruffa, e pur s'azuffa. Deh, come 'l capo ti muffa sanza rangola!

E que' pur ciangola ed abbaia, ed ha la zinghinaia a l'aia,

ché la ricca pettina con pettina di stoppa. Ma calia, smanceria,

recadia, gottacadia, ratia ti carpa!

E' non si tarpa, e menasi l'arpa, ed alunga l'arpa; ed e' con molta ciarpa

è nel burrato, affatappiato, atticciato; ed è fancel bollato,

e non è già cenato, e vien da Stibbio sì come nuovo nibbio ed arzagogo.

Miccingogo, ricco e magogo, sempre gracchia come cornacchia.

E' pacchia, il canideo, col simisteo si dà del battisteo,

ed è 'l più nuovo squasimodeo che mangi feo tra scottobrinzi. Ma tu ti pinzi

in cucina con questa musingrina: e pur ciccia coderina, topo vecchio

cernecchio, vertecchio che pur cardi! Ma s' tu ti infardi,

anzi che tu ti sfardi, fia altr'otta cat'otta. O pur rimbrotta,

che ti vegna rovello! Ciardello, battisfancello, lèvati costinci

e vanne quinci o linci; non andar quindi o lindi.

Co' dindi va sul miccio pel molticcio, ma non mi dar stropiccio,

ché, s'io m'arriccio e racapriccio, non alliccio, ma spiccio

ed aggraticcio or quaci, or laci, ed honne scorno.

E tu, ne se' piorno del susorno, e se' musorno a dar leffate,

capezzate, mascellate, recchiate e guanciate.

Ma con ghignate ha' 'l buffetto in un tragetto che par archetto

al lavacezi. Tu da' de' ghezi, e fai che lezi nella tana.

O ti scarminerò la lana! O che mattana è questa? Nuova cesta,

che va con altra cresta, e mesta e calpesta e pur si desta,

e di monte Morello si dà in testa, e pesta ogni suzzacchera, e a squacquera,

sanza nacchera, s'afatappia, e non iscappia il nodo.

Egli è bevitor sodo, e sanza modo viene a mene,

e poi ne va a tene. Or ecco belle cene, se io non gabbo! Egli è col babbo

e con la mamma; ed è una nuova tramma con cilema. Tu hai la testa scema,

e se' bacheca, mocceca, ed Idio v'anneca, bacocco,

sciocco, baocco, cerlocco. S'io m'abocco,

introcco ov'io li dea di ciuffo Un leccamuffo il tirerà pe' terci.

Saetta, e fa che tu lo mberci. O e' son tutti lerci, gualerci su pel dosso.

Tu se' un nuovo cipriosso, e volgetisi il cosso e la celloria; e con boria

fai tanta fandoria, che se' in galloria, ed io ne son ristucco e son giucco.

Ma s'io pilucco il cucco e mucco, dirò: - Lima

lima -, ché non bima l'altru' bima. E' pàscessi di vento

e sta in cacchericento, il bizzibegolo, e sotto il tegolo mi dà storpio; ed è trastullo,

ch'io non vi do un frullo, perch'e' ciangola e non ha rangola né mitidio.

Or che fastidio è questo a darmi stimolo, per voler un racimolo? Tiragli un poco il cimolo,

che fracimolo gli nasca! Questa è una frasca ed una frottola,

che egli ha la colottola di struzzolo, e minuzzolo né scomuzzolo

in un gruzzolo a l'uzzolo. S'io sdruzzolo, mi ragruzzolo

sul cencio. Il mencio ha un nuovo rimbrencio, e va di zacchi

in bacchi e molto bomba, ed una gomba il vin gli mesce nella tomba,

e pargli esser la tromba da vico, e pur l'alluccia, ed è una grimuccia, e tutto il succia,

e muccia e smuccia in ogni buco. Bruco,

ch'io non vi do un fistuco, s'egli scherza ed ha la ferza a le ghegghie! O e' si sferza

ed è bizzoco, e buscìnassi un poco che egli è lunioco, minioco

e spigolistro e gran salmistro, e ben centella e favella

per sugomera, ed è un cicchillera. E' non è sera a Prato. Va al borlume,

ché se tu mangi agrume, tu la ingangheri, e la va di tangheri. Se ti sgangheri,

mi soletichi e diletichi, e se farnetichi, mi da' storpio.

Tu non se' orpio. E pur alle catine, mone Cembaline con mal sacchine,

che sete musingrine! O tu berlinghi e trangugi, e non bei, se non ciampugi, e se' già bieco,

luccieco che favelli a gierle ed in arcata. E ben l'abbiàn pisciata, e ben l'abbiàn filata!

Malagurata, tu se' una stralunata e pascibietola. Ma 'l capo mi si sgretola

e stritola in un attimo. E 'l pan azzimo fece monna Cincipote,

e 'l Bellegote poi la rigaglia, e scaglia, ed abbaglia,

e dàgli uno ingoffo in sullo scoffo, ed ella schiamazza. Corre la Bertazza,

la Ciutazza, e la Fiorina pazza, la Filacca e la Zambracca

e la Mingarda e la Sogliarda e la Codarda e la Tromberta,

e caricangli la berta e dannogli un cimbotto, e sotto ciascuna lu' buratta.

A tal baratta corre il Malagevole e 'l can di monna Orrevole e 'l Nabisso

e 'l Scoccofisso e 'l Malasanna e 'l Ciscranna e l'Atticciato col Diverso,

e tutto d'ogni verso comincia la mislea. Chi qua, chi là correa, e non è beffa:

chi si diceffa e chi s'abatacchia. Acurr'uomo, acurr'uomo, che la femmina vince l'uomo!

Ogn'uom s'arma di ferro e di giusarma. Io non avea arma: fascio

fascio trovai Giovanni Piglialfascio. Leva, leva,

che brullo me ne venni in una penna. Lasciai il calamaio e la penna, che scrisse insino a questo ciò che vi si disse,

che non capea nel mio cerbacone, recando meco cotal zibaldone; e non istetti in gotta contegna per quelle batosse,

che chi le mosse fistolo gli vegna. Ciancetta mia, che nuova ciancia cianci, certi seran che ti terran ciarliera;

altri diran che dir più si porria. A' primi di' che chi va quanci o lanci, mal può far d'un ceston una paniera; agli altri di' ch'Uguccione e Papìa,

Grecismo e tutti, ancor non scrisson tutto, di che si fa costrutto. Ma prima chi ciò dice, il detto chiosi, poscia componga quel ch'io non composi.

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