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1330–1400

CCXLVIII

Franco Sacchetti

O mondo immondo e di ben mondo, che già fosti giocondo

ed ora al fondo vai di male in peggio! S'io dico vero, io cheggio ciascun che miri il seggio

di san Petro; e se il vero impetro, con che mente da l'un de' due, che-mente,

si consente la gente umana tenere in affanno? Ben che poco vi danno

que' che ricchi si fanno: credon a quello da cui più utile hanno; niente dell'alma danno, però che vanno

drieto al mondan bene. Chi tene monarchia ben ristora: lo 'mperio n'adolora,

veggendo in che mal'ora manca Agusto: là dove imbusto è di legname frusto,

si cuopre co' suo' fregi. Li valorosi regi in che pregi son giunti!

Di senno munti e giovenetti sono; vanno al perdono, o voglion far passaggio?

Smarito hanno il viaggio a que' paesi, perché a far tesoro sono attesi. Duchi e conti e marchesi

in mille gradi scesi ed a mal fare attesi, come tiranni pronti, lor piani e valli e monti

chi passa, è disfatto, perché ciascuno vuol viver di ratto. Non lascerò il baratto, che simonia di fatto

e con mal atto ha disfatto la Fede. Patriarca, arcivescovo non siede,

e vescovo ognun fiede, e ben si vede: ogni prelato corre non a dar, ma a tòrre,

e non si puote opporre a la lor legge: vendono Dio e' templi e le lor segge! Comuni e chi li regge,

son su tregge ravolti. Chi vuol udir m'ascolti, ché stolti

son molti, che reggon i saggi. Oh, che dannaggi veggio negli stati!

Gli smemorati, insensati, con gli abiti adornati, montati

in sedia stanno a dar iudizio. Chi Bruto e chi Fabrizio esser gli pare; ecco barili andare,

ché chi non ha che dare o presentare, non è udito; l'offeso è sbandito,

e in cotal partito il creditore pres'è dal debitore; e con questo furore

reo e soperchio ciascun del cerchio al ben comun s'atacca: chi 'l fiacca

e chi l'amacca, e ciascun ride. Per questo si conquide la terra, e si divide,

perché con stride l'un l'altro discaccia: in questa traccia a pochi vien la torta;

però se ne sconforta chi n'è fori: chi ha dolori, e chi ne gode.

Tra queste frode, da prode stanno i buon rettori, che rattori,

amatori non sono d'onori. Che val ch'io n'adolori, che tra' lupi maggiori

sempre s'apella esser conquisa ogni pecorella? Brigata bella e fella

ne' militi sinceri, che a' loro ordini veri fanno vitupèri: non pare ch'alcun si speri

o legga il carme de' bagnati, corredo, scudo o arme. Artefici son, parme, divenuti

saputi ed astuti tra' sensali: su' libri co gli occhiali

fanno specchi, e con penne agli orecchi, con cambi secchi ciascun compera e vende.

Chi presta e chi rende, chi arappa e chi prende, e chi accende usura;

chi ruba e chi fura sanza cura e vedova e pupillo. Li iudici in tranquillo

con falso codicillo, se ben distillo, oscuran chi me' scrisse le leggi e chi le disse:

diffendon chi falisse e pruovan casta esser Semiramisse; fanno troiano Ulisse, ed Ettor greco.

O cieco e bieco chi con lor costuma! Non seguon Numa,

ma pel numo vile lascian lo vero stile canonico e civile. E l'altro ovile

ch'è sì venuto meno, dico, chi a rimeno mena filosofia! e per che via

s'invia chi si disvia da Ipocràte! Con le viste gonfiate,

vendon false derrate in altrui morte. La mercantevol sorte, che nelle vie torte,

fuor di porti e di porte, va errando, mercando e barattando,

navicando, prestando e comperando, quando veggion il tempo,

fornisconsi per tempo a l'altru' spese: per Bruggia e per Calese ed in ogni paese

in su l'altrui arnese ognuno acquista. Di quante macchie è mista e questa e ciascun'arte!

Giuri e spergiuri e falsar d'ogni parte! Le carte e' penaiuoli, e' pretignuoli,

che sì di leggero secondo papa ed impero veggio fare: cosa da dolorare,

ché quelli a cui più fede si dé' dare, penna menare né legger sanno appena: ignoranza gli mena

sanza ragione con men discrezione. Lascerà il mio sermone lo sesso feminile?

Ché tanto è fatta vile la vedovetta, e retta con virtù esser solea!

Parea religiosa, vergognosa e paurosa

d'ogni mal costume; or dorme su le piume, non mangia agrume né alume,

ma sanza lume l'agio e l'ozio cerca: e questa merca non fa donna casta.

Matrimonio si guasta, perché di nova pasta si fa pane: non le mondane

son sì vane come molte. O stolte e disciolte,

ché nessuna pensa che offensa è onestà fuggire! Chi non la vuol seguire,

non è donna, ma debile colonna nella mota. Nota

quanto la rota di costor si move: ognor fan prove di fogge nove;

e quel di ch'io adoloro, è che il vestir loro agli uomeni hanno tolto e sovra 'l volto

capuccio ognuna veste; e' gioveni con pettinate teste a la scoperta. Così par si converta

l'uomo in donna Berta e donna Berta in omo. Ma como

nuovo tomo han dato le pulzelle! Che vergogna avean elle d'alzar la pelle

agli occhi; or gettan stocchi inverso gli occhi altrui.

Non è nessuna a cui spiaccia lo sguardo. Ma, s'io raguardo ora tra' villani,

con vestimenti strani, zazzere e cape' piani, camiscion e sottani in panni sovrani

son conversi; e per fanghi diversi, tra gli sprazzi, con calze contigiate van ragazzi,

e con sì fatti andazzi i fanti vanno. Panno non è sì fine, ch'ognun non vesta,

e con superba cresta il lor signore non tengon per maggiore. E qual maggior dolore

che veder la fancella, schiava, balia ed ancella, damigella mostrarsi?

E li gentili con loro infardarsi, e spesso amogliarsi e far famiglia? Chi qua, chi là s'appiglia

e viene infrato. O mondo sventurato, tal si fa Bruto o Cato nel consolato,

che nato fia di vil condizione! E dove dan ragione, i cassamenti

magni e possenti dipingon bilance, e sopra le guance Ragion e Iustizia,

là dove è più stoltizia. Ma che tristizia de le monete! Quanto le viete

son me' che le nuove! Se vuogli saper dove, raguarda il bolognino, e 'l genovino,

e 'l grosso fiorentino, e 'l quattrino, e l'ancontano, e l'ambrogiano:

ciascuno è vano di ch'esser solea. Ciascun fallea; la bugia si crea

nel sacrato templo: s'io ben contemplo a le sepolture, le scolpite figure

quello c'ha fatto usure metton in alture: - Qui giace il degno -, che un pezzo di legno

fia vissuto! divenuto.

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