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1401–1479

XCVII

Francesco d'Altobianco Alberti

Divin favor, da 'nfallibil ragione commosso, è spinto da 'nfiammato effetto, fondato in una essenzia e 'n tre persone. Per satisfare a sì alto concetto,

conviensi ogni argomento atto a disporre, sicché infin ne risulti utile effetto. Ma se chi può, come suol, non soccorre debole ingegno a tanta esperïenza,

natural suo contrar l'un l'altro aborre. Adunche, o giusta e somma Providenza, ch'inizio e mezzo e 'l fin non hai presente sanza necessitare tua prescienza,

soccorri al meschin servo, abbilo a mente, sicché non sia da l'ignoranza oppresso, po' che 'l tutto ha da te, da sé nïente, sicché possa tradurre chiaro e spresso

in versi accetti el vangelico canto, ché penna al buon voler non può gir presso! Nel prencipio era il Verbo e 'l Verbo santo apresso a Dio e Dio che quel Verbo era

nel principio di Dio mirabil tanto; ogni cosa per lui mattina e sera mirabil fatto e, come si dimostra, che nulla sanza lui fatto s'avera.

Ma ciò ch'è fatto in esso è vita nostra, e quella pria è degli uomini la luce, com'apruova la santa madre vostra. Costei, che fuor di tenebre conduce,

relusse sì ch'ella non fu compresa; felice alfin chi me' vi si riduce! Mandato fu da Dio con mente accesa uomo, il nome del quale era Giovanni,

ver testimon d'ogni nostra difesa; non era esso la luce , ma testimon, ché 'n quella ognun credesse, per tôrci da sì gravi e tanti afanni.

Questa è la vera luce, che reflesse alluminando ogn'uom vegnente al mondo, che, pel nostro fallir, tanto s'oppresse. Esso era in quel che fertile e giocondo

creato avea, né vi fu conosciuto, ché 'ngrato di pietà disecca il fondo. Venne in propia e da' suoi mal ricevuto; m'a chi 'l raccolse come s'appartenne

potenza diè con ogni atto compiuto farsi figliuol di Dio qual si convenne, massime a quei che nel suo nome crede, ché, per noi liberar, morte sostenne,

ne' quali o sangue o voluntà succede carnale o d'alcun uom la volontate, ma nati sol da Dio, suoi propri erede. El Verbo è carne fatto, o genti ingrate!

Miser a quelle che, pei falli suoi, dell'etterne dolcezze fien private! Quel che incarnato ha fatto abito in noi, dalla cui gloria uscìe nostra salute,

vedemmo al ciel volar subito poi; onde tutte le lingue sarien mute e mancheria ogni sublime ingegno a render grazie debite e compiute

dal Padre all'Unigenito sì degno. Quasi la gloria e intera ogni bontate vedemo, e rïuscirli ogni disegno, perch'egli è pien di grazia e veritate.

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