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1401–1479

XCIII

Francesco d'Altobianco Alberti

Firenze mia, ben che' rimedi iscarsi a tua disposizion languida e inferma veggia pel lungo istrazio, oltraggio e danno, e' figli antichi affaticati e sparsi

col miserabil popol che si scherma, sì gli aventizî tuoi condotti gli hanno, l'occulto odio e lo inganno vicin s'apressa a spelagar suo corso,

po' che tanto è trascorso che in tutto è fuor del civil rito antico; gnun ti riserbi amico drento o di fuor, da' tuoi propri negletta,

di libera suggetta; fatto hai pur sì ch'alfin ti se' ridotta scelerata e corrotta ch'assai ne spacci e pochi ne nutrichi.

Né par che si disdichi nulla ch'al proprio commodo si stenda, vedova scapigliata in negra benda. Quante costituzioni, ordini e leggi

han già rimosso e rinovato a posta di chi, più sormontando, ognor ti prieme! E gl'intimi e fedel sempre più aspreggi, rigida, istrana, ingrata e mal disposta

co' 'ndegno merto a chi più t'ama e teme, onde copioso geme da sì viziosi estremi il mesto seno, ch'è già sì colmo e pieno

che più non regge, e quel convien che scoppi; e tuoi prieghi adoppi come a Numanzia per Tiresio avenne, che, divisa, convenne

mutar vita, costume, ordine e segno; né creder che disegno mai ben rïesca, male oprando l'arte, per condurre in disparte

quel che conviensi a molti e 'n pochi agogni. Vuolsi al vero accostar, lasciando i sogni. Già non è questo il consüeto antico de' tuoi patrizî! Onde pigliasti il vizio,

ch'or sì sfacciata al vïolar consenti? Ché se lor dritto oprâr, tu per oblìco conculchi ogni virtù, sormonti il vizio; pe' satelliti tuoi far più contenti,

come ben t'argomenti! S'alla miseria tua cumuli affanni, già venzettesimi anni ch'a chi me' pasce più se' data in preda;

né credo ch'altri il creda che me' ne incontri che l'opra si merti. Solenni, utili e certi spendevi i giorni; or par che ti rincresca

cosa che ben rïesca, se non recalcitrare a tua salute. L'altre opre son perdute, ch'abito fatto tardi muta il vezzo;

e parlo il ver, non per odio o disprezzo. D'ogni terribil più l'ultimo è morte, privazion necessaria, che spaventa chi piu s'inganna; agli altri è men noiosa.

E ben che tôr quel ch'è dato per sorte natural puossi, ognun pur s'argomenta, mentre che può cercar pur qualche posa; ma tu, sempre ambiziosa,

fai peggio a' tuoi ch'a' suoi non fé Giugurta, onde spesso è resurta confusa trasgression ne' membri tuoi, sicch'a' rimedi poi

giugnesi al tempo sempre dopo il fatto. Rinnuovi ogni dì patto, gli altri riprendi e' tuoi non par che regga; credi tu ch'uom non vegga

a che fin sempre a' buon cresci soverchi sol che non si ricerchi quel che ti preme e dal dover ti stoglie? Ma presto chi Dio manda a punto coglie.

Non credi tu che nulla sia di sopra, po' che di sotto ogni atto vilipendi dagli appetiti infuor lascivi e insani? Dubiti tu che 'l merto esca dell'opra?

E s'altrimenti, a che dunque intraprendi d'esser ognor co' tuoi propri alle mani? Questi tuoi modi istrani credo, s'a pochi giova, assai ne incresca

e maggior danno acresca, perché le some son male agguagliate; son le sue riservate a chi si sa adattar, quand'egli è in volta.

M'a chi va a briglia isciolta spesso ben gl'intervien; a chi mal, pensa! Per chi poi ne dispensa, né dorme ognor, che vegghia i fatti tuoi,

provedi or mentre puoi, ché 'l tardar dubbio e 'l cominciar per tempo l'un nuoce e l'altro mai fu contro a tempo. Virtù circa il difficile consiste,

ch'all'altro facilmente ognun s'asetta, secondo che 'l Filosafo discrive; e chi pel proprio al comun ben resiste, usurpator più che civil s'aspetta,

chi così scellerato al mondo vive. Queste voglie lascive troppo hai lasciato andar destro e leggiero; io ti ricordo il vero:

chi l'avesse per male a lui ben venga, pur che' vizî si spenga e tu in salute pristina ritorni. Filici e lieti giorni

virtù partorirà se fia tua scorta, ch'altro non se ne porta alla partita nostra che la fama, ch'altrove poi ci chiama

secondo l'opre meritorie e degne, salendo al ciel con trïonfali insegne. Se ben l'antiche e le moderne carte tratte ricercherai, tutto raccolto,

da questa insino alla primiera etate, sempre in colmo vedrai lo 'ngegno e l'arte, niün violento diüturno molto, e 'l mondo pien di pessime derrate,

che le cose passate con le presenti circular ci mostra. Inclita madre nostra, faccinsi al corpo i membri e l'alma unita,

ché, se chi può ci aita, chi ne può nuocer poi, tegnendo il fermo? Ogni altro è scarso e infermo. E ch'i' 'l ricordi, amor mi strigne e scorge;

ma s'altro ne resorge, ben ch'io sia scuso e pur commisi il danno, qui sta il dubbio e l'afanno, di che forse altri e me proprio affatico.

Giudica or tu che 'l sai, se 'l ver ti dico. — Canzon, convienti aver senno e maniera altra che l'usitate tue sorelle, considerato ben quel porti in seno.

Grave, modesta e con benigna cera guarti dal suon di fraüde mascelle, delle quali al dì d'oggi il mondo è pieno; risega il troppo e 'l meno,

co' virtüosi e' buon sempre t'accosta; agli altri ista' nascosta, ch'oggi partorisce odio andar col vero. Ma se fia quel ch'i' spero,

allor dimostrerrai qual drento giace, ch'or per lo me' si tace, ch'ogni cosa esplicar non si commenda, ma basta che chi gusta ognor t'intenda.

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