Francesco d'Altobianco Alberti
Al fuoco! soccorrete, oimè, ch'io ardo! Sempre nocque esser tardo o differir codardo — a chi è disposto: quel ch'esser dee sia tosto,
ché dove è il ver nascosto — e mal ridotto ne va del par lo scotto. Poi ci crepiamo sotto — e non si amenda. Chi ha gusto m'intenda,
e ciascun mi riprenda, — s'io errassi. E pur pian pei mal passi, né trasandar si lassi — chi ha sospetto. Proverbio è comun detto,
che che 'l vulgo iscorretto — cianci o ciarli, che qual saggio esser parli ha il cervel pien di tarli — e poco sale e aggiunge esca al male,
ché diventa bestial, — ma non sel crede. Chi pur tardi s'avvede, né più nel mal procede, — è me' che mai, perch'oggi son gli stai
dei fraudolenti assai, — colmi a malizia, che bisogna dovizia, per fuggir lor nequizia, — di riguardi; e cappionci i bugiardi,
sussurroni e infingardi — in sul pulito, e quello è mal gradito che 'l ver porge espedito — e quel conviensi. Chi più n'ha me' dispensi,
sicch'a' giusti e' compensi — ogni sua cura, ché chi non si misura passa presto e non dura. — Questo è certo. Colui è saggio e sperto
che sa giucar coperto — al fuggir susta; e se pur non li gusta di seguir cosa ingiusta, — temporeggi. Se te vinci e correggi
e bene ai tuoi proveggi, — hai fatto assai; ma se briga ti dai d'altrui, guarda che fai, — e sia con modo, ch'altrimenti io non lodo
questo tanto istar sodo — in ben parere, contraffar di sapere sanza esser, per volere — esser tenuto. E sonmi anche avveduto
che gli cognosco al fiuto — e sì per pruova, ch'ogni cosa par nuova s'ella non gusta o giova — a chi la vòle. L'un dell'altro si dole,
e ciascun con sue fol — vòto ha il cervello. Chi me' volge mantello, colui per certo è quel — che gode il tutto. Il fatto è qui redutto,
che poi mi son condutto — e senza iscorta, e la materia importa. Terrò per la più corta — per men dubbio; e parte ho volto il subbio,
s'io non ma' stessi in dubbio — di mie doglie. Non correre al tôr moglie, ché 'l mal vien presto e coglie — e vassen piano, se non ti senti sano,
perché lo stare invano — a lor rincresce: poca concordia n'esce e 'l fuoco ognor più cresce — alle tue spese. Seguitan poi le imprese
e segreto o palese — ben convienti; così languisci e stenti, sicché indarno ti penti — dopo il fatto: non giova tregua o patto.
Scorgonti mentecatto — e isvemorato; così male arrivato infine se' istraziato — da ognuno, né si ralegri alcuno
se di questo è digiun, s'altro si serba. Assai strana e acerba e che corrode e isnerba — è ben l'offesa; ma più dura intrapresa,
s'ella ti strigne o pesa, — a piggiorarla, e, credendo ritrarla, e' sia multiplicarla — a tuo malgrado. E truovasi di rado
chi ben si scorga al guado — e porti in pace. Questo mondo è fallace: sol quel che giova piace — e dà solazzo. Non dir più ch'io c'impazzo;
propio è d'anitre un guazzo, — a dirvi il vero, e da meno è ch'un zero chi 'l crede di leggiero — o chi 'l consente. Sai chi non vale niente?
Chi si governa a mente — e gusta nulla; sempre invan si trastulla come fantin da culla, — e non si avvede che 'l tempo poi non riede,
ma veloce procede — e passa corto. E ramarcasi a torto chi mal n'è istato accorto — e chi il conosce. Di strane e varie angosce,
a chi non si sconosce, — è il mondo pieno; ciascuno ha le sue in seno, e quel par n'aggia men — n'è me' fornito. S'esser vuoi reverito,
sappi pronto e spedito — contenerti cogli uomin saggi e sperti, ma gli occhi tieni aperti — a ogni giuoco; distingui il tempo e il loco,
e tien che giova poco — il far del grosso. Ognun ci ha il suo soprosso, sicch'è il meglio aver dosso — di buffone. Parti buona ragione
sì far del compagnon, — se non ti costa. Tien ferma la proposta, eppur sempre a tua posta — a te ritorna; non distender le corna
con quel che ti soborna — innanzi tratto. Attendi e sta' pur quatto; ma quando e' vien quel fatto, — in pien l'acogli: accocca e ben raccogli,
ché 'l render poi, se vuogli, — mai non manca. Molto ben si rifranca chi regge e non si stanca — nel ben fare; né vuolsi abandonare,
ché chi sa conservare — avanza assai. Giammai tanto il gustai quanto oggi più che mai — il ricognosco; né di ciò mi scognosco,
ché non pur sol nel bosco — si smarisce e boccon si patisce, ché mal poi si smaltisce — all'altrui colpa. Consuma e nervi e polpa,
né quella che ti scolpa — non ten guarda, ma divien muta e tarda, lenta, vile e infingarda — a tua difesa; né giova far contesa
quand'ella ha la via presa — e 'n piena è volta, m'aspettar la rivolta con pazïenza molta — c'è forzato. Quello è superbo e ingrato,
malviso e allevato, — al parer mio, che non cognosce Iddio e sé mette in oblio, — né fa tale opra che' falli suoi ricopra,
per conseguir di sopra — etterna grazia. N'è maggior la disgrazia che 'l stare in pertinazia; — è mai riparo l'amenda e 'l viver chiaro.
Fare il mal tardo e raro — è quel che merta. Chi truova la via aperta e va cercando l'erta — è om leggieri. Di folli e van pensieri
siàn pien più oggi ch'ieri — insino agli occhi. Non aspettar che scocchi se puoi, innanzi trabocchi, — reparare, ché folle è lo 'ndugiare
per averlo amendar, — ch'è più tuo danno. Quei c'han provato il sanno. S'a chi coglie il malan — n'ha per più mesi. E qui par sien compresi
quei c'han se istessi offesi, — al mio parere. Dicesi che 'l tacere, né altrui dispiacer — non nocque mai. Questo so che ti sai,
ma del contrario assai — si son pentuti. Molti son conosciuti, ma pochi e proveduti — al far la mostra; l'effetto cel dimostra
se in questa terra nostra — n'ha dovizia, c'han del senno notizia. Ma fanne maserizia — perché basti. Tu ben mi tocchi i tasti;
non ci mordiamo i basti, — io te ne priego; basta! ch'io non tel niego che n'han ridotti in piego — e in pellicino. Ognun vuole il fiorino
e il resto a buttino — è buona usanza. Parti bella civanza? Sì, mentre c'è abondanza — di balocchi. Guardisi a chiunche e' tocchi,
ché parrà che rintocchi — allo sbucare. Che ti parrà da fare? Che sanza più indugiar — chi può provegga; chi presiede ben regga
e gli altri si corregga: — questo è il modo. Tu mi parli in sul sodo; ma chi scio' questo nodo? — Ignun nol vuole Questo è quel che mi duole,
che così di cazzuole — ci pasciamo; però poco possiamo e 'n fumo ce ne andiam: — questo è l'efetto. Pur, se non fosse accetto,
s'intenda per non detto — a voi patrizî, ma vorria che i giudizi fusson qual son gli ofizî — buoni; e spesso parria altro processo,
né saria compromesso — a perder piato. E, s'io mi perdo il fiato e non sarò imborsato, — io non mi sia. Qualche cosa pur fia,
s'io levo ricadia — a me e a essi. Qual sarièno i processi, chi ritrar gli volessi — tutti appieno? Infiniti sarièno,
ch'ogni lingua vien meno — a tale ofizio. Mercantile esercizio saria, al mio giudizio, — il camin ritto, e farà più profitto
che star tutto il dì fitto — a imbeccar fave. Questo mi saria grave, però ch'ella è la chiave — a far quel fatto. Ver di' se 'l montar ratto
e lo scender di tratto — van del pari; assai ben mi dichiari che nei superchi erari — ell'è aguagliata. Ahi, misera brigata!
Voi fate gran derrata — a sì car pegni. Ognun s'adesca e ingegni, ma il giuoco non s'insegni — a chi nol sa. Abbisi il mal chi l'ha,
ché molto ben gli sta, — s'ha quel che vuole. E se 'l comun si duole, spaccial pur di parole — e lascia andare, ché sciocchezza è istentare
per aversi a guardar — pe' fatti altrui. Vuolsi por mente a cui, perché chi serve a lui — non serve a niuno; el meschin ch'è digiuno
sanza riguardo alcun gli ha sormontati. Cresciuti e allevati, gli truova così grati — ai suo bisogni; né alcun par si vergogni
a pascerlo di sogni — o d'ordir sette. Tal c'ha ancor le scarpette, con che pur ier ristette — uscir di villa, né sa né può disdilla,
e le parole istilla — pel lambicco Quest'è di ch'io m'impicco, ché mai più non mi spicco — da' bizzarri né fa mestier ch'io narri
come nei lor bazzarri — e' rigan ritto quanto dura il profitto né più si stende o è iscritto — in lor rubrica. Fu sempre usanza antica,
donde il mal si nutrica, — al mio parere, ch'assai ghiotti a tagliere fan quistione al seder — pur per migliore contribuir l'onore.
A chi 'l merta maggiore, — in ogni lato debba esser commendato, e 'l contrar biasimato — in chi l'abusa, ché 'l ben non vuole scusa
ma al mal si pon l'accusa. — Chi è ribaldo istà pur fermo e saldo. Né per freddo o per caldo — non piegare, ma tienti nel ben fare,
ch'egli è dolze imparare — a l'altrui spese. Guardati dalle 'mprese, e mantienti cortese — e vivrai lieto, pacifico e quïeto,
e non ti affoltar drieto — alla brigata, ché spesso s'ha ghignata chi cerca gran derrata — a picciol pregio. Sai chi n'ha previlegio?
Chi i buoni ha in dispregio — e in compromesso, Mastica il senno spesso, per tre polizze espresso — v'è imborsato, benché sia svemorato
e publico aventato — In suoi processi E bench'io nol dicessi, pur da questi inframessi — esce la pesta: chi può gli altri calpesta
e tanto la rimesta — che si assetta. Chi pur d'altrui cinguetta più che non se gli aspetta, — a dir fra noi, si sciopera ne' suoi,
sicché gli adoppia poi — di gran misura. Chi troppo s'asicura e nulla o poco cura — ha gran tempiate, e anche alle fïate,
perché ben la intendiate, — ne dà altrui. Bene è sciocco colui che va drieto al già fui — per darsi briga, perché 'l mal suo non striga,
ma e' cresce fatica — sanza frutto. Quel ch'è disposto al tutto di governarsi e in tutto — e' fa a suo modo e mantienvisi sodo;
se si cruccia i' nol lodo, — ch'egli ha il torto. Parlami schietto e scorto col parente, consorto e con l'amico; ma con resto non dico,
ch'ognun diven nimico — a chi l'afibbie. Questo spesso con bibbie convien ch'apra e disfibbie — e guasti ogni arte, per seguire in disparte
quelle non osa sparte — discoprire. Io parlo per ver dire, sol per quel può seguir, — non per disprezzo. Così mi sono avezzo,
e notai, già buon pezzo — chi son quelli; e m'intende bene elli. S'alcun c'è, non favelli — e stia alla posta con la bocca composta,
ché non ti faria sosta, — se potesse, pur che non si credesse, e vie più se sapesse — il danno grave. Malvagie anime prave,
ch'avete in man la chiave, — ora è quel tempo; lavorate col tempo, ché sempre non per tempo — si dispensa per chi più grave il pensa
e lo 'ndugio compensa — col suplizio! Assai è comune vizio biasmar l'altrui giudizio — e no il suo stesso, né lodo il cader spesso,
o simile anche apresso — il pender sempre. Le sode e buone tempre reggon 'nanzi si stempre — maggior botte, ma sono oggi corrotte
e fracide ridotte, — o preme il basto. E tal gugna è da pasto, c'ha 'l guidalesco guasto — e la farsata. Ahi, turba scellerata,
s'ognun comporta e guata — il mal suo stesso! E chi in te il tutto ha messo, nelle Stinche o nel cesso — usi sua vita. E truovasi smarrita
in te grazia espedita — e buon soccorso, ché troppo è duro il morso a spacciar per l'accorso — ognun che langue. Tra' fior sta ascosto l'angue,
che ne consuma il sangue — e fin non ha. Dovria bastar chi fa quel che può, né più là — è l'uom tenuto; se chi può t'è in aiuto,
fagli sempre il dovuto — acconcio e presto, né stimar troppo il resto, pur che sia pronto e desto — a mantenerlo onorare e temerlo,
per potere riaverlo — volentieri. Chi crede di leggieri non riesce il pensieri — il più fïate; e nelle gran tirate
si colgon le ghignate — allo infornare. Però meglio è l'andare rattenuto al tagliar, — più ch'al disegno, per non rimaner pegno
o di favole pregno — con suo danno. Forse ch'alcun diranno che 'l darmi troppo afanno — mi diletta; altri che non si aspetta
o troppo m'inframetta — a dire il vero. Or fusse ognuno intero, come e' saria mestiero, — a chi 'l conosce far che chi si sconosce
gusti che son l'angosce — e torni a lega. Ma chi può ce la frega, e così preso ha piega — il ciambellotto. Quel che caccia al di sotto,
o troppo mette a scotto — e poco acquista dove il tutto consista se si lamenta e atrista, — e' n'ha ragione. Chi non mète a stagione
per nessuna cagion — seminar giova. E bestial si ritruova quel che si strazia in pruova — e piace altrui. Guardati da colui,
ch'or d'altri, or di costui — ciance rapporta, che non ti spacci in sorta, perché 'l sacco che porta — ha tristo fondo. Chi in questo cieco mondo
non sa notar va a fondo, — e sassi i danni; ma chi si pasce a inganni tosto convien che appanni — nella rete: perché, come sapete,
quale asin dà in parete —, tal riceve. Nessun peso è sì greve, quanto quel strigner deve — coscïenza, sì ch'abbiate avertenza
di scaricarla e senza — furia o fretta, ch'assai mal vi s'asetta chi pur l'estremo aspetta — e quivi è giunto. Vuolsi star sempre a punto,
perché giugne in un punto — chi Dio manda. Fornisce e non domanda quel che ragion comanda e i suoi precetti. Guarda dove ti metti;
esamina i suspetti — e 'l tempo e 'l modo e fondati in sul sodo, né mai, per frodo o lodo, — andrai a ricorso, perché troppo è trascorso
dar botte d'orbo o d'orso — a occhi aperti; e quei ne sono esperti, c'hanno i colpi sofferti — e fatto prova. Chi in bisogno si truova
e vuol far la ripruova — delli amici fuor de' tempi filici, presto, più che nol dici, — si chiarisce; ma chi in grado salisce,
beato chi supplisce — al proferersi! E chi in prosa e chi in versi, chi me' sa vuol valersi — di frittelle. Passa pur colle belle,
ma, se t'esce di quelle — ed ha' danari, guida il giuoco de' pari e sanza indugiar guar — rispondi a coppe, resecando le troppe;
e spaccia le faloppe — per lo corso, sicché non sia rincorso, ma saldo tieni il morso — e va' imbrigliato. Quello è male avisato
che 'l giuoco ha dimostrato, — ov'elli è colto; è spiacevole istolto chi imbizzarrisce molto — e tardi riede. Quel che l'altrui possiede,
s'al dover poco accede — e fanne archimia, giuocola più che scimia; né giova arte di scrimia — a render poi. E se alcun n'è fra noi,
questo pe' fatti suoi — non si contende; basta, se vilipende, che a cerchio riprende — i suoi seguaci, sol per farli capaci
che' colpi son fallaci — a far da senno. Quel che 'ntende per cenno o sta sodo al tentenno — ha buona testa; l'opra tel manifesta,
se corrisponde a sesta — o se indovina. Chi fa danno in cucina s'afibia cappelina che s'accosta, né ricuopre a sua posta
quel che caro li costa — alcuna volta. Ahi, gente ingrata e istolta! La vostra non fia colta, — ma gravezza; se nel mal fare avezza,
ch'assai vi dà gramezza, — ignun s'amenda, di voi pietà vi prenda, né più ci si contenda — e poserete. Gustate ove che sète,
ch'a tempo ancor sarete — a ciò disporre, sanza più contrapporre, perché chi più trascorre ha maggior botto. Ricordivi quel motto,
ch'a ogni esperto e dotto si rapporti. ch'altro non se ne porta alla partita corta — che la fama. Amianci; ama chi t'ama.
La ragion vi ci chiama — onestamente e natura il consente. Adunche vi stia a mente — istar provisti; scegli dai buoni i tristi,
così l'onor n'acquisti — e te rifranchi. E riservinsi i granchi, ché grascia non ci manchi — per quaresima a chi gli tenne a cresima,
ché con quella medesima — si spassi, sicché 'l fummo s'abbassi, spacciandoli per cassi — alla lucchese. Se così fai palese,
fien le virtù raccese, — e non per prezzo. Né creder ch'or da sezzo l'asino muti il vezzo — ma sì il pelo. Io ti canto il Vangelo,
e, s'io son tuo, nol celo, — e tu lo sai; sempre tel dimostrai, ch'a buon'ora provai — morsi del mozzo. Parmisi al mento e al gozzo,
sicché ancor pel singhiozo — il mal mi preme. Sia benedetto il seme e chi 'l produsse insieme — a far tal frutto, che 'l fatto ha sì ridutto
che n'ha rifranchi in tutto — e da gran male. Poco si gusta e vale, né in Firenze è spezial — che schietto il tenga. Per dio, che si mantenga,
che guai per quei si spenga — o si rovescia! ché n'uscirà tal vescia che in tutto ci arovescia — e tardi sana. Nel pel si freghi a piana
a chi cerca mattana — o contrapporsi; ma co' calci e coi morsi, innanzi che si smorsi, gli si aricci, fornendolo a tre licci,
sicché si raccapricci — chiunque l'ode. Né smozzicate code o vi fate alle prode, — ma nel mezzo; e rimbuchivi al rezzo,
sicché s'esca di lezzo — e vitupèro. Amor mi strigne intero a ricordarvi il ver — né mai fu' ingrato; e, s'io sono biasmato,
forse anche commendato — da qualcuno. Il ver conosce ognuno; pur se non fusse alcun — chi me' il sa fare riprendi, ché è men dare
o più tosto abbaiar — che parlar motto, o metter del suo a scotto. Sappia ch'io ho altro sotto — ch'io non mostro e scorgo il paternostro,
meglio assai nol dimostro, — da quel fatto. E così di bel patto chi mi vòl mal sia fatto — e ben gli venga quanto par si convenga;
e in quel proprio il mantenga come vòle, sicché, s'alcun si dole e le giuste parole a torto accusa, chi gusta e intende faccia la mia scusa.
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