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1401–1479

CXLII

Francesco d'Altobianco Alberti

Se inclinar ti può miseria umana, giusto Signor, plecaro Redentore, fa' la disgrazia tua a me lontana, sì che 'l servo fedel con tutto il core,

che devote oblazion porge compiute, benigno essaudi; trâlo d'afanno fore. Drizza i miei gressi e l'ore invan perdute nel mio peregrinar; placido piaccia

ridurre al fin d'etterna mia salute; né all'essito mio, Signor, dispiaccia, ma in quello e suprema ora assister voglia, sì ch'io possa fruirti a faccia a faccia,

né ti ricordi in sulla estrema soglia di mie iniquità fragili e 'nferme, sì che 'l danno s'acresca oltre alla doglia. Ma quando del corpo esce 'l spirto inerme,

placato acogli e 'n tua grazia raccetta, sì che in perenne gaudio lo conferme. Non intrare in giudizio a far vendetta col servo tuo, di grazia o vivo fonte,

favorevol ricuopri, atta e rassetta; e mie deformità, ingiurie e onte nel novissimo dì, per tua clemenza, fa' oltre a' merti miei delet'e sciolte.

Né patisca la tua magnificenza questa alma, opera propia di tue mani, pervenga al mio inimico a mia impotenza, né esser ludibrio a' famelichi cani,

o di spiriti immundi strana preda, sì che, Signor, da te mai m'alontani, altro ch'i' speri in te trino e un creda.

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