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1510–1574

XXXVII

Francesco Bolognetti

Forse a mente vi sta, Messer Thomaso ch'essendo al dritto a punto di Rubiera, m'occorse a dir de la Natura a caso, che tanti errori havea commessi, e ch'era

stata poco avvertita in mille cose, creato havendo il mondo in tal maniera, e che sì pronto il Sasso mi rispose, che il giudicio, e il saper suo, con ragione

colorata e sottil, non ci nascose; ma che fu d'interromperci cagione quel frate beretin, su quel cavallo correndo senza sferza e senza sprone.

Hor vuo' palese farvi più d'un fallo d'essa Natura, un poco d'otio havendo rubato, non ci vuo' porre intervallo. Mi vi protesto in prima, che a dir prendo

semplicemente sol de la Natura, d'altri non parlo e d'altri non intendo. Perché mi par, c'havesse poca cura nel crear questa machina, e di buono

se pur vi è cosa, fu caso e ventura. E s'ingannano assai color, che sono di parer ch'ella nulla fesse in vano, datemi, o voi philosophi, perdono.

Dicami ne l'orecchio alcun pian piano, ch'util, che bene apporta a noi mortali l'avena e il loglio che meschiò fra il grano? Che l'hidre e gli aspi e tanti altri animali,

colmi di rabbia e di mortal veneno che dir mai quanti non potrei, né quali? Che giova a l'huom l'haver fatto il terreno pien di vermi e di topi e di formiche,

l'aer di mosche, e di zanzale pieno? Le lappole e le spine e l'aspre ortiche, ch'util fan gli aconiti e le cicute, e tante belve a noi sempre nemiche?

Ma prima nominar vuo' le minute, come aragni e tarantole e scorpioni, de l'huom tanto contrarie a la salute. Ch'util n'apportan tigri, orsi e leoni,

pantere et altre di sì acuti denti per nostro danno armate e d'aspri unghioni? Ch'utile i crocodili e quei serpenti, che sol col fiato, e con la vista sola

morte da lunge fan cader le genti? Ma per troncar del Sasso ogni parola, che contra l'ampie mie ragioni, anguste ragioni allega, e di contraria scola,

dicami: ch'util fan tante locuste, che in aria oscuro il sol rendon sovente, e in terra lascian le campagne aduste? Ch'util ne fan da l'Orto a l'Occidente

tante pioggie soverchie e tante nevi, che non le può capir fiume o torrente? Ch'util ne fan, sian lunghi i giorni o brevi, gli aphrichi e gli austri e in queste parti e in quelle,

con impeto soffiando acerbi e grevi? Che tuoni e nebbie e fulmini e procelle, e quel fier turbo, che non pur le piante, ma le case e le torri e i tempii svelle?

Ch'utile apportan terremoti e tante bombe, e caverne acquose e zolfi e fochi, ch'essalando il terren rendon tremante? Onde e terre, e provincie in varii lochi

giacquer sommerse, e gli huomin tutti quanti, che se alcun pur scampò, ben furon pochi. Ma che direm di tanti mari e tanti laghi, valli, paludi, sirti, arene

cui non fia mai chi di contar si vanti? Meglio non vi starian campagne amene con vaghi colli e dilettosi piani, ville e borghi e città di genti piene?

Le selve e i boschi pien di mostri strani far dovea campi fertili e giardini, dove in copia nascesser cibi humani. Ma forse alcuni ingegni pellegrini

dir mi potriano: il mar tu biasmi a torto, che la terra girando, e i suoi confini, e che fra quella entrando hor dritto, hor torto fa di merci abondante e di vivande

da l'Austro a l'Orse, e da l'Occaso a l'Orto. Rispondo ch'esser non dovea sì grande, perché bastava largo un miglio o due, scorrer del mondo per tutte le bande,

da ciascun lato con le ripe sue ferme e levate, a tal che ogni capace nave tirasse una giumenta, un bue. Nel modo c'hor veggiam, sia con tua pace

detto, o Natura, e largo e procelloso a nessun huomo di giudicio piace. Ma che direm di più d'un minaccioso monte, che mostra con l'alzarsi tanto

voler Giove assalir, troppo orgoglioso. E sì spessi del mondo in ogni canto sono, e in tal guisa diruppati et erti, che di salirgli alcun non si dà vanto.

Perché non gli fe' colli o campi aperti, da le donne e da gli huomini habitati, non gioghi inaccessibili e deserti? Oltra i falli da me fin qui narrati,

ve ne sono altri mille, altri infiniti, ch'io tengo sol per honestà celati. Se questi nominar fossero uditi nausea farian: di certi animaletti

fetidi parlo, non so donde usciti. Ma quel tra i più notabili difetti parmi, che il sol scorrendo il mondo intorno s'asconda e tanto il suo tornar s'aspetti.

Meglio saria che sempre fosse giorno, né giamai notte, e quando il sol si parte che un altro anchor facesse a noi ritorno. Ben potea la Natura usar quest'arte,

che d'Hesperia morendo un sol fra l'onde, nascesse un'altro sol da l'altra parte. Talché ad un tempo istesso alme e gioconde luci godesse l'hemisperio nostro,

e l'hemisperio che da noi s'asconde. Mentre poi scorre il sol l'alto suo chiostro sì ratto sempre, punto non m'aggrada c'hor vadi a trovar questo e hor quel mostro.

Faccia che ogni hor per la medesma strada da Libra al Monton d'oro hor vada, hor torni, né Leon, Cancro o Capro a scaldar vada. Che uguali almen tutti sariano i giorni,

se pur le piace che un sol Phebo sia, che il mondo tutto col suo lume adorni. Da quel gir sempre per diversa via hor freddo hor caldo nasce, hor state hor verno

cosa ch'esser non puote a l'huom più ria. Potea far la Natura in sempiterno l'aria temprata e notte e dì serena, ch'util nessun dal variar discerno.

Potea la terra far per tutto amena, che senza mezo di fatica humana sempre di frutti si mostrasse piena. Potea poco inalzarla o farla piana,

e d'ogni sorte cose a produr'atta, non per sirti o paludi o sassi vana. Onde in tal guisa havendola già fatta, rozza o maligna ogniun ben può chiamarla,

ch'edificio sì bel sì male adatta. Potea di fiori tutta e d'herbe ornarla d'ogni stagione; in somma d'imperfetta, com'esser la veggiam, perfetta farla.

Benché ogni cosa anchor non habbia detta, dove commesso ha la Natura errore, pur vuo' tacer che il dir breve diletta. Un'altra volta poi m'ho posto in core

di far ciascun difetto anchor palese, che fece in crear l'huom dentro e di fuore. Nel far la scelta di tropp'alte imprese al basso ingegno suo, dimostrò poco

giudicio, over che poco a l'opra intese. Messer Thomaso adunque a tempo e a loco i diffetti dirò tutti de l'huomo, ma pria vuo' prender fiato, ch'io son roco,

poscia a dir tornarò novello Momo.

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