Di giugno a i dicesette dal Vergato partimmi, e tra il meriggio e l'occidente io m'indrizzai da pochi accompagnato; condur meco non volsi molta gente
di Bargi andando a spese del Commune, ch'esser non mi parea conveniente. Già mio figlio Alessandro, e seco alcune genti a Bologna indietro havea mandate,
genti da tratener molto opportune. E giunta essendo al colmo sua la state, io me ne gia, come si fa, pian piano ragionando co'miei di cose grate.
Quella mattina io stetti a Vimignano a messa, e desinai col Brescia poco da la chiesa, ove messa udi', lontano. In fino a diciott'hore in festa e in gioco
stetti co' miei, se ben quivi la stanza calda era in guisa, che parea di foco; montai poscia a cavallo, et a l'usanza dei giovani, scherzando sempre giro
Don Pirin da Liserna e Ser Baldanza, e in tal maniera fuor di strada usciro, quattro miglia allungando, e più la via, preso a man destra un'ampio e torto giro,
nessun, fuor ch'essi, de la compagnia sapea la strada, e un'altro anchor, che alquanto male a cavallo di lontan seguia. Quel dì fu sì gran caldo et era tanto
cocente il sol, di nubi d'ogni'ntorno cinto, e quasi ristretto in ogni canto, che per dolor mi giva il capo intorno e la troppo erta spiaggia per vantaggio
nud'era e tutta esposta al mezo giorno. E quei smarrito havendo il buon viaggio ci condussero al fin per un paese aspro, horrido, sassoso, erto e selvaggio;
talché ciascun giù dal caval discese, e taciti alhor tutti diventati, tosto il suo per la briglia ogniun si prese. Ma tanto eran quei lochi dirupati,
che da i cavalli a voto con periglio di non precipitarsi eran passati; io tenea tutto intento e fermo il ciglio al mio spesso gridando: “Guarda guarda”
mentre a man sel trahea dietro un famiglio. Fuor di quei precipitii a la gagliarda poi cavalcossi, ma però già l'hora quando a Bargi arrivossi era assai tarda,
quivi per non turbar gli ordini alhora con gli altri tutti a cena m'assetai ma poscia, senza far punto dimora, ad un mio servitor cheto accennai
che subito in man tolto un lume acceso ne la camera sol mi ritirai. Dove coi panni, sopra il letto steso stanco da vero, chiusi gli occhi a pena
la fronte havendo calda e il capo peso. Poiché fornita gli altri hebber la cena, una picciola mensa quivi tosto poser di piatti e di vivande piena,
ma perché ben non mi sentia disposto feci quindi levar subito, eccetto certe marasche, torta, alesso, arrosto, e da la sete, c'havea grande, astretto
a poco a poco così passeggiando, quelle tutte mangiate, entrai nel letto. Poi sol rimaso e i lumi estinti, quando mi pensai di dormir quelle sett'hore
che almen fo sempre, a Dio mi raccomando, m'assalse a l'improviso un gran dolore di stomaco, talch'io ben manifesta mente conobbi d'haver fatto errore
quel brusco in fondo a porvi; e in quella e in questa parte del letto spesso mi volgea, toccandomi hora il polso, hora la testa. E se un rispetto sol non mi tenea,
di destar gli altri, fuor del mio costume gemuto havrei talhor, tal doglia havea. Comparso a pena poi de l'alba il lume, come commisi, alcun de la famiglia
vennero e tosto abbandonai le piume, quand'io più d'huopo d'abbassar le ciglia e di posarmi havea, gir mi convenne su l'alpe, indi lontan cinque o sei miglia,
per una strada, o Dio, c'haver le penne saria bisogno, rotta, erta e sassosa. La sù poi giunto, ecco la parte venne e quando io più sperai trovar la cosa
ferma e conchiusa già per la sentenza del Camaglian, più la trovai dubbiosa. Ben mostrai nel patir gran patienza tanta insolentia di que' rei villani
del giudice lor thosco a la presenza. Affumicati visi, habiti strani havean, con una cetta sotto il braccio, forse venuti per menar le mani;
le stravagantie da lor dette, io taccio, perché vi recarei gran noia, basta che mi trovai fu volta in grande impaccio. Benché sottil, parea di bona pasta
quel giudice, col qual sempre da parte parlando, racconciai la cosa guasta. Sempre quei tenni de la nostra parte, che a i lor contrarii non desser risposta,
ma ben vi bisognò destrezza et arte. O quante volte pria che fosse posta la meta prima, quel giudice accorto salì di Montecalvo l'ampia costa.
E fitta in terra un'hasta hor dritto, hor torto guardava, un'occhio chiuso e l'altro aperto, come fassi a piantar frutti ne l'horto. Io, che a fatica in fino alhor sofferto
sì lungo indugio havea, percioché il sole mi cocea il capo quivi al discoperto, gli persuasi al fin pur con parole, che principio si diede a por la meta,
tronco il dir di coloro, anzi le fole. Ma quella gente, a scorrer consueta di qua sul nostro, di tal cosa, bassi gli occhi tenendo, poco apparve lieta,
né come in tali occasioni fassi per drizzar tosto quel termine intero volea porgere aiuto in portar sassi. Ond'io di questo accorto, anchor che in vero
debole fossi, pur chiamati i miei tosto a portarne incominciai primiero. E ne portai su l'opra cinque, o sei sì grossi, che se il loco sì vicino
non era mai portati non gli havrei. Così fe' Ser Baldanza e Don Pirino, Ser Antonio, Don Buoso e gli altri tutti, che ogni un sen giva sotto il peso chino.
Di ciò si vider manifesti frutti, che a gara l'un de l'altro i Fossatesi a portar sassi tosto ecco ridutti. Beato quel, che gli tolea più pesi
e parve, poste giù quelle securi, che apparisser men rozzi e più cortesi. Più non mostravan tanto i volti oscuri, ond'io de' miei lasciato ivi più d'uno
che di solecitar l'opra procuri, al confin me n'andai stanco e digiuno tra Vernia e tra Pistoia e tra Bologna, dove rimaso non è segno alcuno.
E detto l'ho più volte, che bisogna porvelo ad ogni modo, che tai genti si gratariano in terzo un dì la rogna. Tornai là poscia dove diligenti
color la meta al segno havean condutta, tutti concordi et a fornirla intenti. Poi l'hora essendo, quella turba tutta vidi su l'herba verde al ciel sereno
stretta in più lochi per mangiar ridutta; volean che anch'io mangiassi un poco almeno, ma non potea, sì mi trovava stanco, e venir quasi mi sentiva meno.
Sopra l'herba disteso hora col fianco destro, talhor supin, talhor boccone mi gia volgendo et hor col lato manco. Vennero tutte a me quelle persone,
e coi lor panni letto mi faceano, chiedendomi del mal mio la cagione. E fitte l'haste in terra vi poneano sopra tabbarri e feltri con gran cura,
e in guisa tal dal sol mi difendeano. Tolto un poco di suppa, la natura pur si rihebbe, ma poi detto m'hanno quei, ch'eran meco, ch'io fei lor paura.
E che si ritrovaro in grande affanno, talch'io ringratio de gli affetti suoi ciascun, ma poco saria stato il danno. Al termine secondo s'andò poi,
dove anchor furo le contese istesse nel far l'accordo fra i thoscani e noi. Molte cautele apertamente espresse da la parte contraria usate furo,
ma pur quivi anco il termine si messe. Poi che a fornirsi fu vicin quel muro si calò giuso in ripa al Chiaporale, né mai mi tenni nel calar sicuro.
Con gran difficultade, anchor con l'ale, gir vi potrebbe il più san'huom del mondo, non ch'io vessato alhor da sì gran male udiansi hor risi, hor gemiti, secondo
c'hor questo et hor quell'altro era caduto, pria che si fosse di quel rivo in fondo. E se non ch'io da quattro era tenuto dinanzi, e dietro e d'ambe due le bande,
l'istesso anchora a me saria accaduto. Giunti nel fondo, andossi un miglio grande lungo il rivo per strada ombrosa e piana, cogliendo herbette e fiori e funghi e ghiande.
Io, stanco essendo, appresso una fontana m'assisi, fra due spiaggie ombrose e vaghe, l'una e l'altra pochissimo lontana. E quelle genti alhor, quasi presaghe
de la salute mia, cercando a gara chine per terra gian mature fraghe, io mi diedi a mangiarne; o cosa rara mi ritornò la forza in un momento,
chi non sa tal rimedio hoggi l'impara. Da queste un certo ardor, ch'era in me spento, l'usata lena e la forza e la voce ripresa, ogniuno era in seguirmi lento.
Giunti poi dove il Chiaporal veloce rapido andando ogni hor, ne la Ramenta con grato mormorio limpido ha foce, di Fossato la gente, non contenta
di rimaner tra i soliti confini, surse di nuovo a le contese intenta. E quegli essendo a casa più vicini con orgoglio dicean sì ladre cose,
che non ne havrian mangiato orsi, o mastini. E con parole più che mai noiose gridavan, pur sì come piacque a Dio per l'ultimo quel termine si pose.
Al desiato fin giunto del mio negotio, e ciò ch'era da far già fatto, e le contese ogniun poste in oblio, perché apparisca lungo tempo ogni atto,
dal lor rogato, e dal nostro notaro si fe' del tutto publico contratto. Poco avanzando poi del giorno chiaro, fattemi tutti havendo gran proferte,
verso Orto noi, quei verso Occaso andaro. E per sassose strade, anguste et erte a piedi andai fin là guidando il ballo, dove la terra in ferro si converte.
E visto il ferro farsi, e visto il callo fatto dal foco, e i mantici e il martello sì grandi, alhor montai quivi a cavallo. Benché di notte, il tempo essendo bello,
a Bargi giunto, pria che riposarmi volsi a piedi salir sopra il castello; e quivi stato alquanto a vagheggiarmi quel sito intorno a gran lume di luna,
che ameno e forte e dilettevol parmi, scesi, e in me la virtù, quasi digiuna di trent'hore, col cibo ricreata, posai fin che durò la notte bruna.
La mia famiglia, apparso il dì, levata tosto vestimmi, e la messa divina udita, e presa poi licentia grata, al Vergato tornai quella mattina.
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