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1510–1574

XXV

Francesco Bolognetti

Molto illustre Signora, ogni hor ch'io torno a quel nostro viaggio con la mente, il che una volta almen m'incontra il giorno, nel cor mi resta un desiderio ardente

di far simil viaggio un'altra volta, con sì honorata e con sì nobil gente. Ma perché homai l'occasion m'è tolta, che d'anni carco il pelo mi s'imbianca,

oltra le cure, ond'ho la mente involta; benché in me sia più che mai fosse franca la voglia, e ch'ogni hor più cresca il desio, però la speme a poco a poco manca.

Dunque ho pensato esser ben fatto, ch'io sì bel viaggio in versi hoggi descriva, così pascendo il desiderio mio. Quattr'anni, o sei, ch'io la memoria viva

ne servi, un'altro forse in tanto poi giugnerà dove il dir mio non arriva. E perché in tal viaggio a tutti noi voi foste lieta e honorata scorta,

mentre ne parlo io mi rivolgo a voi. Il dì prescritto uscìo per quella porta co' suoi ciascun, non tutti accolti in schiera, che al ponte lungo sopra il Rheno porta.

Si stette a Crevalcor la prima sera, de l'Armio in casa, quel, cui di bontade la città nostra pari haver non spera; l'altro dì s'hebber sì fangose strade,

che non si arrivò dove era conchiuso, sì come spesso ne i viaggi accade. A le Lamme di Carpi andossi, e giuso dal ciel cascò sì larga pioggia in tanto,

ch'ogni un duo giorni stette in casa chiuso; quindi partiti, quella sera a Santo Benedetto si stette a l'hosteria, e l'altra andossi a la città di Manto,

e cascò dietro al lago in su la via de' nostri un cocchio, ma non so dir quale, so ben, che il giorno fu di San Matthia. Ne per dio gratia alcun si fece male,

smontati a l'hoste in Mantova dal sole, a visitar mandovvi il Cardinale, spinto da l'alta cortesia che suole quella casa illustrissima Gonzaga,

fece alhor fatti assai più che parole. L'altra mattina voi di veder vaga di Christo il sangue precioso e raro, di sì giusto desio restaste paga;

tornando a l'hosteria poi ci guidaro dei Capilupi a casa, e con cortese inganno ogniun da principe honoraro. Del Cardinal tre dì quivi a le spese

stessi, che la famiglia sua vi tenne per servir tutti noi, com'è palese; né bastò, che in persona egli anchor venne a visitarvi, quasi da privato,

e con noi tutti un pezzo si trattenne. Da lui s'intese alhor ch'era ammalato quel suo sì caro servitor Volpino, che da noi fu quel giorno visitato.

Parea star bene in vista il poverino, ragionava gagliardo, ma quell'hore per l'ultime havea fisse il suo destino: morì la notte, e spinto dal dolore

il Cardinal andossi a Marmirolo, da la città quattro o sei miglia fuore, dove pien di ramarico e di duolo stette quel giorno e la seguente notte

senza conforto ritirato e solo. Per ciò di girvi le speranze rotte a noi, cercammo la giornata istessa quivi ogni loco bel, fino a le grotte.

Andata a visitar poi la Duchessa mostrovvi i figli suoi, che del consorte lor padre morto havean l'effigie impressa, condur ci fe' da i cocchi poi di corte

a Marmirolo, e quel ne fe' vedere, uscito il Cardinal per altre porte. Quivi eran cervi e capri et altre fere, fagiani e coturnici in abondanza,

e con più rari pesci ampie peschiere, deliciosa in somma tra la stanza più ch'altra e bella, havendo il duca morto, di star quivi a piacer sovente usanza.

L'altro dì poi per lo camin più corto andando a Brescia, quella sera a Monte Chiaro stessi, col solito diporto, vostro fratel quivi trovammo, e il Conte

Vincentio, che la mostra era fornita, dal piede armato ogniun fino a la fronte. Vicino a Brescia molta gente uscita con carrette incontrovvi e con cavalli,

sì la venuta vostra era gradita; Del Bocca in casa quivi in giochi e in balli si fu, mirando ogniun con gioia estrema da tante fonti uscir chiari christalli.

Deliberati poi di gire a Crema a la fiera, raccolti da quei frati la sera fummo in carità suprema, perché in Sonzino i ponti haveano alzati

quei che reggean, con villania sì rara, mostrandosi malissimo creati. Nel ritornar da Crema a Villa Chiara stemmo due sere, dove il padre e il figlio

tutti facean ne l'honorarvi a gara. Quivi con viso candido e vermiglio quella Signora Olimpia vi raccolse col putto in braccio, che sembrava un giglio.

L'altro dì vostro zio poi si risolse di trattenerci, tutto in vista humano, né quindi mai lasciar partir ci volse. Quel dì nostro trastullo il Quintiano

fu sempre, che faceva il chiromante, guardando a tutti quanti noi la mano. L'altro dì, visto il sol chiaro in Levante, tornammo lieti a la città di Brenno

del Bocca in casa, ov'eravammo inante. Quivi quei gentil huomini ci fenno cortesie grandi, e in ogni occasione, da noi ricompensati, esser ben denno.

Poi, sendo il ciel sereno, e la stagione temprata, ce n'andammo verso il lago, che del nostro viaggio fu cagione. O quanto il loco è dilettoso e vago!

O quante volte di Salò mi viene dinanzi a gli occhi la gioconda imago! De gli Scaglini in casa mi sovviene, ch'era la stanza mia deliciosa,

cui ripensando al cor m'accresce pene. Quivi si stette senza prender posa in balli sempre e in suoni e in canti e in giochi, facendo ogniun per star lieto ogni cosa.

E si videro tutti quei bei lochi d'intorno, essendo huomini e donne scarche di quei pensier, che tregua fanno a pochi. Venian sempre con noi diverse barche,

di ricchi panni adorne e di tapeti, di varie genti d'ogni sesso carche e navigando tutti a gara lieti, ne le barche, dov'eran le fantesche,

faceansi i balli e i suoni consueti. Qui far vedeansi le più belle tresche del mondo, andando sempre i suoni a l'aria, e l'aure havendo ogni hor seconde e fresche.

E in tal dolcezza dilettosa e varia fu sempre il ciel sereno e quete l'onde, né fu quivi giamai l'aura contraria. Perché da gli antri e da le più profonde

parti, gli dei del lago pronti usciro, e le nimphe con lor liete e gioconde. Tosto che i risi e i suoni e i canti udiro, e tutti accolti, e con atti soavi

per ordine accoppiati insieme in giro, con le mani e con gli homeri le navi gian sostenendo, e questa e quella prora drizzando lunge da i perigli gravi.

Gran maraviglia ciascun prese alhora, che il lago sì tranquillo e sì composto la notte e il giorno si mostrasse ogni hora, tanto più ch'indi noi partiti, tosto

turbossi, e molti miseri sommerse, sendo la compagnia poco discosto. Ma dir non si potrian tante e diverse sorti di giochi honesti, e quanto buona

la stanza e bella a tutti noi si offerse. Dal Benaco a Peschiera, indi a Verona s'andò con tanto e sì molesto caldo, ch'assai quel giorno afflisse ogni persona,

cingendo nebbia il capo a Monte Baldo, farfalle a mezzo ottobre e mosche e vermi scorrendo, il tempo non potea star saldo. De i Nogaroli in casa tre dì fermi

stati in Verona, si pigliò licenza, che in ritenervi a quei non valser schermi; a Torre fra Verona e fra Vicenza la sera fe' sapor d'agli e di noci

vostro cugino, ch'era in eccellenza. Poi de la nostra compagnia le voci per tutto andando, a convitarne i conti da Thiene, messi spinsero veloci.

Tutti accettato il bello invito pronti n'usciro in contra e donne e cavalieri, benché piovesse assai fino a i tre ponti. Ciascun rivolti havendo i suoi pensieri

ad honorarci, feste e gran conviti fecer, tanto n'accolser volontieri. Poi di Vicenza anchor piovendo usciti n'accompagnaron venti e più carrette,

con gioveni a cavallo e ben vestiti. Ne la città d'Antenore poi sette giorni, con Monsignor vostro fratello, in gioia sempre e in gran piacer si stette,

benché pioggia continua, e vento fello ci ritenesser sempre in casa chiusi, però ci parve il tempo e chiaro e bello. Che intenti a spassi honesti, a cui sempr'usi

tutti eravammo, come cosa vile da noi le pioggie e i venti eran delusi. E magnanimo al solito e gentile Monsignor diede d'artificio grande

d'oro a tutte le donne un bel monile. E di Falerno in guisa e di vivande sempr'era carca la sua lauta mensa, che il grido ivi per tutto anchor si spande.

Splendido quel sol, notte e giorno, pensa a conviti, a limosine, a presenti, e in tal maniera i beni suoi dispensa. Col mezo in tanto di diverse genti

del Duca di Ferrara il gran palagio s'empìa di letti e d'altri guernimenti, e fatto questo havendo con grand'agio in guisa tal che alcun giamai non pure

di cosa alcuna non patì disagio, ma di razzi a fogliami et a figure furo adorne e le camere e le sale e di quadri e di tele e di pitture.

Di seta e d'oro i letti, a punto quale conviensi a tal palagio, onde si vede quanto una donna in una casa vale. Che stando in Padoa voi ferma col piede,

e giugnendo fin là con ambe due le mani, a pena chi lo vide il crede; poi che in Venetia il gran palazzo fue tutto addobbato, per solcar la brenta

ciascun raccolse le bagaglie sue. Ma perché troppo homai lungo diventa il mio dir, prego la signoria vostra, che di licentiarmi sia contenta;

qual fosse accolta la compagnia nostra da quella gran città, che in ogni clima l'alto splendor sì chiaramente mostra, tosto anco a mente ridurolle in rima.

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