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1510–1574

XXII

Francesco Bolognetti

La grande affettion Signor Camillo ch'io v'ho portata e porto e vuo' portarvi, sia procelloso il tempo o sia tranquillo, mi farà forse troppo audace in darvi

consiglio almen fedele, onde possiate sano e ricco e stimato conservarvi. Parmi che tutte quelle doti habbiate, che beni dette son de la fortuna,

nel più bel fior de la più verde etate. De le tre prime case è la vostr'una ne la nostra città, che in eccellenza cede a poche in Italia, anzi a nessuna.

Poi tra i Fantucci vi trovate senza pari d'entrata, e dentro havete e fuori palazzi di regal magnificenza. Ma le tante ricchezze e i gran favori

che v'ha donati a larghe man la sorte, mi paion poco, e gli aspettati honori, rispetto a la gentil vostra consorte, adorna di valor, di cortesia,

d'alti costumi e di maniere accorte. Questa sì bella e nobil compagnia vi può scemar quegli emergenti affanni, che in contro habbiam qua giù per ogni via,

e in pace e in carità vi può far gli anni vostri passare, e men gravi parere se vi occorresser mai giatture o danni. Per contrario più dolce ogni piacere

vi parrà seco, e le false del mondo delicie vi farà gustar per vere. Per conservarvi adunque ogni hor, secondo che al presente voi sète, e sel si puote,

per farvi più felice e più giocondo, e s'è possibil per fermar le rote de la fortuna, c'hor lieta e ridente n'applaude, hora turbata ne percuote.

Costei non è però tanto potente, che retto da ragion da buon consiglio non la raffreni un'huom saggio e prudente. Per farvi, dico, in contra ogni periglio

munito e forte, con quel vero affetto, ch'io v'ho non men che se mi foste figlio, di mostrarvi la via sono constretto, onde sempre honorato e ricco e sano

vi conserviate, come in prima ho detto. Ma perché ciò, che l'appetito humano può desiar, sia quanto voglia ingordo, senza la sanità s'havrebbe in vano.

Voglio che serva il mio primo ricordo a conservarvi sano, e farò questo pur che non siate a i miei consigli sordo. La complession vostra è manifesto

ch'è bona, se non prende altro camino perché a voi stesso voi siate funesto. Benché la sanità sia don divino, però sta in nostro arbitrio d'aiutarla,

come il contrario, e può nulla il destino. E di tal cosa in tanti lochi parla, e così chiaramente la scrittura, c'hor superfluo sarebbe il disputarla.

Ponete in ricovrar dunque ogni cura la sanità smarrita, il che vi avviene per accidente rio, non per natura. Qualche reliquia anchor dentro a le vene

del mal passato havete, onde governo, e regola e misura usar conviene. E quanto io sol per prattica discerno, gir vi bisogna destro, e con maniera

ben casto e mal satollo questo inverno. Poi far che l'Odon venghi a primavera, il qual con una medicina lieve vi renderà la sanità primiera.

Deh, non vi sia, Signor Camillo, greve a chi v'ama obedir, mostrarvi grato, e patiente star tempo sì breve. Poi quando vi parrà d'esser tornato

nel vostro esser di prima, e in somma quando del tutto il tristo humor fia dileguato, vi prego, e se mi lece, io vi comando che a i medici alhor diate (o sia l'Odone,

o sia il Melara) coi siropi bando. E reggervi da voi, ma con ragione, non vi obligando a legge ferma, o stretta; ma guardar gli anni, il loco e la stagione.

D'ogni cibo mangiar che vi diletta, due volte il dì più tosto ch'una sola, pur che la cottion resti perfetta. Con cani, e con augei chi corre, o vola

talhor cacciar, talhor giocar di spada ne le camere vostre, e non in scola, giostrare incontro, over se più v'aggrada ne l'huom di legno, che natura abhorre

lo stare in otio sonnolento a bada. Spesso la palla, e spesso il trucco torre; gir molto a piedi, e fare anchor talhora a destriero, o chinea la briglia porre.

Per l'ordinario fate, che l'aurora, quando ogni giorno il sole a noi rimena, vi trovi desto e de le piume fuora. Carte né dadi non toccate a pena

fuor che a staffetta; overo a tavogliero talvolta il dopo pranso o il dopo cena. Vi cedo il pallamaglio, e sì severo esser non vuo', che anchor non vi conceda

talhor per riposarvi un giorno intero. Ma però l'otio a la fatica ceda, l'otio che il nerbo toglie e debolezza induce a quei che se gli danno in preda,

riempie la fatica di fortezza e de la gioventù serba il vigore come l'otio affrettar fa la vecchiezza. Quando l'acqua la state ha in sé calore,

pur che non regni vento, e sia sereno passate che saran ventiquattr'hore, vi concedo talhor che andiate a Rheno per lavarvi (dal capo in fuora) tutto;

non più d'un'hora, ma più tosto meno. Fuggite l'acqua grossa, e prima asciutto con diligentia, anchor fuggite l'aria, a casa in cocchio ben chiuso condutto.

Con tal maniera di proceder varia non siam sì spesso né tanto soggetti a qualche valetudine contraria. Troppo non vi spaventi o troppo alletti

Venere, ma l'aspetto in voi rivolto v'infonda in gioventù temprati affetti. Poi quando il nerbo la vecchiezza tolto v'havrà in gran parte, alhor supplite al poco

vostro poter col ragionarne molto. Se talhor palla, o lotta, o simil gioco sudor v'induce, caldo non bevete, ma fuggite ciò far come dal foco,

e fin che asciutto e fresco non havrete mangiato, ma però posato un pezzo, tolerate di gratia ogni gran sete. Da l'uno estremo a l'altro senza il mezzo

non gite mai, che altrui spesso ruina; e stil cangiate se gli sète avezzo. D'ogni mutation sì repentina nostra natura fu sempre nemica,

l'huom mai non vola, ma stassi, o camina. Da gran riposo a subita fatica, da gran fatica a subito riposo gir non si deve per sententia antica.

Se dentro per gran fame esser corroso l'huom par talhora, in quel caso sarebbe il soverchio mangiar pernitioso. E quando è troppo satio non si havrebbe

da porsi tosto al subito digiuno, ma caminar pian pian sempre si debbe. V'ho detto che astener da cibo alcuno non de' l'huom sano, ma però si tempre,

ch'ogni soverchio nuoce; onde ciascuno sia destro e cauto e moderato sempre.

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