Doppio Speron, che l'uno e l'altro fianco pungendo, hor questo, hor quel sète cagione, ch'arrivi al segno, anchor che anhelo e stanco. L'uno è l'alta eloquentia e l'altro sprone
l'ottimo essempio, il qual tanto riluce in voi, ch'ogni altro scorge a l'opre bone. Spinto da tai duo sproni ogniun s'induce a poner sobrio e vigilante il piede,
per quel sentier che a la virtù conduce. Questa in voi sempre haver chiaro si vede, sicuro albergo, onde col vostro aiuto fa tutto il dì mille honorate prede.
Ma non son per lodarvi hoggi venuto, che a tanta impresa non sarei bastante, sol con questa v'inchino e vi saluto. Io so c'havete in Roma il mio Constante
visto col Caro, e so che riuscito non v'è quel che parea forse al sembiante. Ma sappiate, o Speron, che tanto ardito non fui, ch'io presumessi un tal poema
potermi uscir di man vago e polito. Non sol non hebbi mai pensier l'estrema lima d'imporgli, ma l'opra lasciando rozza, imperfetta e d'ornamento scema
far volsi un model picciolo, sperando ch'altri erga poi tanto edificio, in duro marmo la molle mia cera cangiando. Duo grandi a questa età, ch'ogni più scuro
loco illustre pon far col lor gran lume, e il camin di virtù render sicuro e che sen van con honorate piume poggiando al Ciel veloci, ambi soggetto
raro a i dì nostri, e d'eloquentia fiume. Che l'idioma thosco, aperto han detto, al par d'ogni altro ben par che depinga, e scopra ogni amoroso interno affetto.
Anzi ch'altro non è, che sì ben finga Venere, e il figlio, e c'ha di sonar l'arte hor la lira, hor la cetra, hor la siringa. Ma che a dar fiato a la tromba di Marte
non basta, e quel, che nessun d'essi tacque, stampato appar, non che descritto in carte. Tutta l'occasion sol di qui nacque, ch'io mi disposi con picciol batello
a solcar sì profonde e rapid'acque. Talhor col piombo alcun rozzo e novello pittor dissegna quel, ch'esperto e raro mastro poi colorir die' col pennello.
S'io de le cose e de la lingua ignaro quel feci, anchor che mal riesca, e poco, quanto sperar da voi dessi, e dal Caro! Qual corvo, o cucco, o simil'augel roco
desta cantando Philomena, o quale da picciola favilla esce gran foco, qual da Pliton fu desto Homero, tale potrei svegliare anch'io col rozzo canto
chi per dottrina e per facondia vale. Dunque o Speron, cui cede ogni altro, quanto l'humil virgulto cede a l'alto pino, o la selvaggia spina al culto acantho.
E in voi l'alma di quel che illustra Arpino, dimora, onde il vulgar nostro idioma per voi sol puote egual farsi al latino. L'alta pietà di quel, cui tanto Roma
deve, cantate homai, togliendo sopra di voi la troppo a me gravosa soma. Facile a voi riuscirà quest'opra difficil tanto a me, per voi conviensi,
che di Constante il gran valor si scopra. Se al fonte lor le nimphe e se fra i densi rami del gran Parnaso voi d'alloro ornaro e d'altri privilegi immensi,
tener volete occulto il gran thesoro! Volete sotterrar voi quel talento, che v'ha donato il Re del sommo choro! Come dovete dunque havendo intento
il cor, che il lume datovi da Dio per suffocarlo al fin non resti spento, seguite ardito il bel soggetto, ch'io timido lascio, né de Galli erranti
cantar per sorte, in voi, regni desio. Tanti gran Duci e Imperatori e tanti guerrier dandovi Roma, e folle il vero tacere, acciò che la bugia si canti.
S'Orlando, Astolfo, Amon col figlio altero pur fosser stati, è molto più lodato del Tebro che del Rhodano il sentiero. E se dovesse il vero esser fraudato
ciascun dovria con vaghe invenzioni quel loco celebrar, dov'egli è nato. Molti, non so veder con quai ragioni, lasciando il vicin corpo, l'ombra vanno
cercando per lontane regioni. Non fate adunque voi come quei fanno, benché sian dotti e d'eloquentia immensa, ch'Arli e Parigi abbandonar non sanno.
D'Artù con gli altri erranti de la mensa rotonda sol dirò, ch'ivi né pane, né ben condito cibo si dispensa. Speron conchiuda adunque, che le vane
favole ogniun si scordi, havendo noi soggetto da l'imprese alte Romane. Né dal tempo che in Phrigia tanti heroi vinti caderon per la mano Argiva,
fino a Constante, né mill'anni poi, latin, né greco autor s'ha, che descriva più bella historia e più varia di questa, ch'io lascio d'arte e d'ornamento priva.
Deh, per voi sia di vaghi fior contesta anzi qual nobil Donna e di valore di gemme adorna e di purpurea vesta. Quel, ch'io col piombo anchor novel pittore
dissegnai rozzamente, per voi sia condotto a fin d'oltramarin colore. Cangiate in marmo voi Speron la mia cera, cantate o dolce Philomena,
da me vil corvo e cucco desto pria, da la favilla, che si scorge a pena, per voi tal fiamma e tanta homai si accenda, che ne rimanga tutta Hesperia piena.
E s'egli avvien che il pensier vostro intenda a lodar un signor prudente e giusto; in cui virtù con nobiltà risplenda, tal che vi andasse il magno Carlo al gusto,
questa gran Donna vi appresenta tosto maggior di lui Valeriano Augusto. S'un Duce forte e saggio pur disposto sète a cantar, Constante Pio togliete,
e sia da parte il Sir d'Anglante posto. S'honesta Donna e forte anchor volete, lasciate Bradamante con Marfisa, che qui Vittoria e qui Zenobia havete.
S'un traditor cercate a quella guisa, che vien descritto da i romanzi Gano, più d'un costei ne mostra e ne divisa. Ma perché estinti già son di mia mano
giacendo il rio Surena e il rio Perenne pasto a gli augei di Chabora sul piano, Meonio eccovi il falso, onde convenne Odenato morir, di virtù fonte,
che dal cader l'imperio già sostenne. Se Ruggier, Mandricardo, Rodomonte cercate, ecco Archelao, Cratero, Eumene, di cui non sono anchor le forze conte.
Di Tisapherne taccio, che le arene morendo anch'ei del proprio sangue tinse, e rese a Roma le dovute pene. Taccio anchor tanti cui Constante vinse;
taccio i latini, oltra i britanni e i galli, ch'ogni un feroce in Siria il ferro strinse. Tal che restaro e monti e piani e valli di sangue molli, tanto aridi prima,
e tinti in rosso i limpidi christalli. Né vogliate imitar con nobil rima chi cantò Drusian, Rovenza, Ancroia, lasciando quei, cui tanto il mondo stima.
Deh, seguite i duo grandi, ond'hoggi Troia, benché accesa e destrutta, anchor si mostra viva, né lor mercé mai fia che muoia. Dico il greco e il latin, che a l'età nostra
serban sì chiaro e sì honorato grido, e l'un di par con l'altro altero giostra. Non vi sarà colui Duce più fido, che al par di Pella fe' Stagira grande!
O chi di latte fe' correr l'Aufido! Chi pascersi mai più vorrà di ghiande, trovato essendo il grano al tempo nostro con tante saporite altre vivande!
Trovato il tesser d'oro e il tinger d'ostro, disdice il bigio a gran Donna e gentile; Constante adunque ornate homai col vostro puro, leggiadro e ben purgato stile.
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