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1510–1574

XIV

Francesco Bolognetti

Signor, che al colmo de la vera gloria mentre andate per strada più sicura più degno sète d'immortal memoria, che quanto cerca ogni un sempre e procura,

sol voi, sprezzando, al mondo havete môstro ch'anima alberga in voi tranquilla e pura, e che consiste l'ornamento vostro ne l'interna virtù, non fuore in questa

spoglia, e risplenda pur di gemme e d'ostro; a voi dunque, o Signor, vuo' manifesta fare una vision, che l'altro giorno m'apparve, ond'ho la mente afflitta e mesta.

Parea ch'io fossi a l'ombra a pie' d'un orno, stanco, e col capo in su la destra mano di fiori e d'herbe in un bel prato adorno, quando alzai gli occhi, e scorsi di lontano

gente venir, che a me fatta vicina mi parve lo spettacolo più strano. Sopra un carro di vetro una meschina donna vista giacer di lacci avvinta,

colma di gratia e di beltà divina, e con la faccia una gran vecchia, tinta d'oscuro fumo, la premea col piede, come per forza da lei presa e vinta;

né punto l'altra le chiedea mercede, ma gridava: “Per te queste mie spoglie troppo alte son, troppo honorate prede”. Scuoteasi, e detto havreste: ella si scioglie

ma indarno hora la forza, hora l'ingegno tentava, ond'io sentia tormenti e doglie. Ma più m'empian di colera, e di sdegno due che al mostro infernal giacendo a lato

sì gran matrona facean stare a segno. L'un maschio, e l'altra femina, di grato aspetto e di parlar tanto cortese, ch'ogniun parea di charità infiammato.

Le genti che seguian poscia, distese veniano a quattro a sei, parlando insieme, con gli occhi e con le menti al mostro intese; ond'io, che l'altrui mal sempre mi preme,

pensavo a quella, per la cui salute hora il timor m'ingombra, hora la speme. Quando un gran Duce pien d'alta virtute pur dianzi asceso tra i celesti heroi,

che a fin le sue fatiche eran venute e cagion stata è la sua morte a noi d'eterne piaghe e d'infiniti guai, come per prova habbiam veduto poi,

starmi appresso a man destra rimirai; qual, poi che a l'aria, a le canute chiome conobbi, verso lui subito andai; e con letitia riverente, come

conviensi a tal Signor, poi che vicino giunto gli fui, l'addimandai per nome, dicendo: “O Signor mio, quel grande Orsino pur sète, ond'io nel cor tutto sfavillo

d'alto acceso desio mentre v'inchino? Voi sète, o Signor mio, quel gran Camillo torre d'ogni virtù fondata e salda, e di religion chiaro vessillo?

Qual più di ghiaccio cor per voi si scalda dietro a l'honor, nel petto vostro messo da Dio, perché gli siate e scudo e falda. Poi ch'oltra ogni mia speme hoggi concesso

m'ha di vedervi il ciel, posso la morte lieto aspettar, se ben le fossi appresso. Chiamar ben debbo aventurosa sorte quella che qui pur dianzi mi ripose,

né so come v'entrassi, o per quai porte”. Quel saggio alhor benigno mi rispose e mi basciò con tenerezza in volto, poi meco ragionò di varie cose.

E così ragionando a caso, volto verso colei che, in preda al mostro rio restando, in gran pensier mi tenne involto, così dissi al gran Duce: “O Signor mio,

chi sian costor, se v'è noto per caso, né vi sia grave il dir, saper desio. Tra me medesmo già m'ho persuaso che oppressa a torto questa donna sia,

e gran dolor m'è dentro al cor rimaso”. Et egli a me: “Quella malvagia e ria, che in tal maniera per queste contrade vincitrice triompha, è la Bugia.

Quell'altra è l'infelice Veritade, a torto oppressa (come hai detto) o loco infame dove tal prodigio accade, misero fia colui che solo un poco

del vero adombra”, e mentre ciò dicea tutto in viso avampar parea di foco. “Quei duo, che in mezo l'hanno – soggiungea – Fraude l'una è chiamata, e l'altro Inganno,

nemici aperti de la bella Astrea. L'un senza l'altro raro o mai non vanno, ma sempre uniti, e in questi e in quei paesi senza fin male ad ogni gente fanno.

Né ci debbiam fidar che sì cortesi paiano in vista, ch'ogni loco è pieno di reti e panie e lacci da lor tesi. Sta sotto il parlar dolce atro veneno,

e coperti di rose e d'altri fiori mill'aspi e mille tiri han sempre in seno. Notari poi, causidici e dottori son questi et altri, c'han volpino il pelo,

pascendosi e di risse e di romori. Ond'io qua giù dal più superno Cielo visto il danno e il periglio son disceso per trar (s'io posso) da la fraude il velo.

Però parla in mio nome a chi tal peso tutto sostiene, e c'ha dì e notte il core a tener giusta la bilancia inteso, e digli che di Dio voglia l'honore

dinanzi haver, ch'è veritade intera sì come uscì già di sua bocca fuore, e che da la prudentia sua si spera che in un dolce mostrandosi e severo

non triomphi la Fraude in tal maniera, ma che si scoprirà per forza il vero; e digli, oltra l'honor del Padre eterno, che miri a quel del successor di Piero,

indi al suo proprio anchor con l'occhio interno, e in somma a quel di tutta la cittate di cui per mia cagione hebbe il governo”. “Adunque a la Bugia la Veritate

– fui constretto a gridar – ceder conviene?”, e lagrimai per doglia e per pietate. Rispose il saggio alhor: “Dio non sostiene che il vero mai stia lungo tempo ascosto;

però riprendi, o figliuol mio, la spene, che al contrario mutar vedransi tosto tutte le cose, e sì com'hora il finto per forza sotto a i pie' s'ha il vero posto,

così chiaro vedrem, prima che il quinto lustro passi, tornar ciò tutto indietro e triomphar del vincitore il vinto. Non vedi la Bugia ferma sul vetro?

Deh, dimmi, e voi non difendete un'opra di quel che veste il gran manto di Pietro? Chi vuol questa con fraude opprima e copra, che se sotterra ben fosse sepulta

la vedrai sempre ritornar di sopra, che star la Verità non puote occulta”.

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