Un medesmo pensier credo che fosse, NOBIL GIRALDI, quel (s'io non mi inganno) Ch'a far poema Heroico ambi ne mosse Questo è, perciò ch'i Toschi anchor non hanno
Marte cantato con Heroici carmi, Ma rozzi, e inculti fra Romanzi stanno. Quel vostro, che cantò gli amori, e l'armi De Galli erranti, andar cinto d'Alloro
Senza ragione (a mio giudicio) parmi. Colui non men, che con nessun decoro Trovate nuove letre, al fin d'Homero Colse lo sterco, e non conobbe l'oro,
Di Giron lo scrittor forse il pensiero Hebbe lontan di voler gire a quella Meta, ch'io dico, e prese altro sentiero. Molti son di parer, che la favella
Thosca sol in mostrar d'amor gli affetti Basti, et sia dolce al par d'ogn'altra, et bella. Ma ch'a voler cantar gli alti soggetti Del fiero Marte al segno non arriva
Sian quanto voglian gli scrittori eletti. Et dicon ch'ella è d'assai voci priva, Onde esprimer si possa un certo ardore, S'avien ch'ira, o minaccie alcun descriva.
Io tengo, che costor sieno in errore, Per quanto gia da alcun n'ho visto prova, D'alcun ch'anchor non scuopre il suo valore. Quanto, o Giraldi, mi diletta, e giova
Pensando questa, che i nostri Avi in culla Videro, e 'n fascie ne l'età sua nova, E i padri nostri tenera fanciulla, Noi la veggiam cresciuta in breve tanto
Ch'a sua perfettion già manca nulla. Et con sì dolce, e con si altiero canto, Concorde al suon di tromba, o di Siringa, Già d'Europa rimbomba in ogni canto.
Quale è, che ben, come costei dipinga Gli interni affetti a gli occhi nostri inante Quando Amor ne trafigge, o ne lusinga? O qual si trova più di lei bastante
Cantar di Pan, di Cerere, e di Marte L'arme, l'aratro, et l'humil greggia errante? De gli alti Dei le lodi aparte a parte Canta felicemente, e de gli Heroi,
Di cui già piene son tutte le carte. Se l'età nostra, e i brutti vitii suoi Hor canta il pie di socco, hor di cothurno Trafigge, e morde, io ne dimando a voi.
O de la gran Figliuola di Saturno Puo dir gli sdegni, e l'ire, e d'Eolo quando Scioglie Coro, Aquilone, Austro, et Volturno Tra me la notte, e il dì dunque pensando
Quanto la Thosca lingua sia perfetta, Dicea in tal guisa, a me stesso parlando Così sapess'io dir, come esser detta Puote ella, et molta meraviglia hebbi io,
C'Heroicamente a dir nessun si metta, Onde nel cor mi nacque alto desio Del mio valor far prova, e saper come Mi fusse amica Euterpe, Erato, e Clio
Dunque non già per far noto il mio nome, O 'n parte alcuna a qual si voglia offesa, Non per ornarmi d'Hedera le chiome. Ma solo hebbi io a mostrar la mente intesa
Quanto l'esser fedel, l'usar pietade Merto, e lode n'apporta in ogni impresa. E una gran Donna honor di questa etade, In cui Giove dal ciel si largo infuse
Virtù, senno, valor gratia, e beltade. Cantai sotto altrui nome, e da le Muse Se 'n tutto non mi fur le porte aperte, Non mi furo anco a tutte l'hore chiuse.
E 'n salir quelle strade anguste, e erte Mi ristorar, tal'hor, col porger mano, De le fatiche insino allhor sofferte. Cosi, la merce loro, poco lontano
Dal terzo essendo del preso viaggio Fu chi mi disse. Ogni tuo sforzo è vano Poi che il Giraldi sì facondo e saggio Per la medesma via ratto si pone,
Et con gran lena ognhor prende vantaggio. Ond'io sapendo in quanta openione Sete al mondo, e ch'al vostro metro Cede ogni valor Thosco, e con ragione,
Non men che ceda a ricca gemma il Vetro, O Cespuglio, o Virgulto, a Cero, o a Pino. Conchiusi al tutto di tornare indietro. Dunque, o Giraldi, voi cui si divino
Spirito infuse il ciel, deh non rompete, Ma seguite il già preso alto camino Voi solo a questa età salir potete L'altiero monte, e giungere a quel segno,
Ove null'altro ancor giunger vedrete. Io, non sol d'alto stil, d'arte, e d'ingegno, Vi cedo, e di dottrina, e di prudenza, Ma di più bel soggetto; anco, e più degno.
Dir non si può, ne imaginar, che senza Quel celeste fervor, che già vi ho detto, O senza l'infallibil providenza, Si bel pensier vi fusse entrato in petto.
Di cantar l'opre del Figliuol di Giove, O sol di tanto stil degno soggetto. Inanzi gli occhi un specchio havete, dove Si pon le vere sue sembianze, e fide,
Scorger da tutti, e quante mai fe prove. Questi è il vostro SIGNOR di cui non vide Il Sol, ne vedrà mai più saggio, e forte. O novo invitto, o glorioso Alcide.
Tu solo a la giustitia apri le porte E il lume tuo, ch'ogn'altro lume amorza. Via più chiaro serà dopo la morte. Ch'esser pensate voi sotto la scorza
Di tante fiere, e di tai mostri uccisi Con arte immensa, e con mirabil forza. Quei capi, che da lui tronchi, e divisi Da l'Hidra furo, e quel Leon Nemeo,
Et quei Giganti con si strani visi. Gli Apri, Diomede, e co Fratelli Argeo, Phasi, Acheloo, Termodonte, Eueno, Caco, e Busiri, e Gerione, e Anteo
Con tutto ciò, di ch'ogni libro è pieno, Sol voglion dimostrar, che il buon moderno Hercole i vitii doma, e lor pon freno. Et, come a vero suo Figliuol eterno,
Giove sempre virtù nel cor gli stilla Per far che immortal viva, e sempiterno. O felice città, che si tranquilla Siedi, e sei fatta homai non pur sicura,
Ma nobil Donna di negletta ancilla. Al nuovo Alcide tuo lieto procura D'intagliar marmi, e d'inalzar Trophei, Che da barbari mostri ti assicura.
Tu per lui grande, e inviolabil sei.
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