Signor, voi sete caro al choro tanto De le Muse, che alcuno a questa etade Di girvi appresso non si può dar vanto. Phebo a voi solo agevolò le strade
D'Hippocrene, et voi sol condusse in parte Dove chi giunge in oblio mai non cade: Et solo a Phebo son grate le carte, Che serban scritto il divin nome vostro,
Per natura voi sol grande, e per arte. Il Paleoto a questi di v'ha mostro Un certo parto mio, tanto imperfetto, Ch'aborto con ragion può dirsi, o mostro.
Ha solo et capo et collo, et spalle, et petto Non ha ventre, ne gambe oltra che in quelle Membra, ch'egli ha si trova anchor difetto. Di fuori ha negra, et nuda la pelle,
Poco spirito dentro; ond'io son certo, c'havrò del suo morir tosto novelle. Bisogno havea questo meschin d'esperto Padre, non già di me, che polso, et lena
Dar non gli posso, et ciò si vede aperto. Schemo di forze, et debole di schena Mi trovo, a tal ch'io l'ho con gran fatica Nel termine, ch'egli è, condutto a pena.
Ma convien chiaramente, ch'io vi dica, Lasciando star metaphore et colori; Onde sovente lo scrittor s'intrica. Non si ritroveria dentro, ne fuori
Di Bologna, ne molte miglia intorno Sian fachini, o carrieri, o zappadori; Che si guadagni il pan di giorno in giorno Col zappar, col portar continue some,
Et col gir sempre, o far sempre ritorno; Ch'io più non mel guadagni, et non so come Trovar mai di riposo un hora intera, Hor che già bianche mi si fan le chiome.
Io mi ritrovo haver quando ogni sera Mi corco, or ch'io mi levo ogni mattina Dodici figli appresso in una schiera. Le femine son nove, ecco la brina,
Che la rugiada avanza; ecco la rosa, Che oppressa vien da troppo acuta spina. Non vi par cavaglier che questa cosa Spaventar possa Alcide? or non è questo
Rimedio, ond'io giamai non habbia posa. Queste in pensier mi stan mentre son desto, Con l'ali brune il sogno ecco a la mente S'io dormo queste appresentarmi presto.
Talche se voi cantar si dolcemente Fan le nove sorelle, et me le nove sorelle sospirar fanno sovente. Essendo adunque in questo stato dove
Sono, Caro, iscusar ben mi dovete De le imperfette mie deboli prove. Ma se pur altra pania, o s'altra rete Non mi prendesse, o m'invescasse le ali
Potrei tal volta ritrovar quiete. Ma dir non vi potrei quanti, ne quali Siano i disturbi, e i varii impedimenti, Che al cor mi son come coltelli, o strali.
Ne mai sarà, che a voi scoprir paventi Le piaghe, che nel petto occulte io porto Eccetto pochi, a tutte l'altre genti. Dirolle a voi, sperandone conforto;
Fra l'altre pene mie, sei lustri sono, Che immerso in lite son tenuto a torto. Di core a quel che n'è cagion perdono; Ma però questo sempre mi tormenta,
S'io vò, s'io sto; s'io taccio, o s'io ragiono. Perciò ch'ei non si satia, o si contenta Due volte il giorno, et spesso tre citarmi, La mente a liti solo havendo intenta;
Che per offesa mia sempre nov'armi Va ritrovando; or, voi, dunque pensate Come dispor mi possa a scriver carmi. Il più bel fior de la mia verde etade
Ho consumato in giudici, e in notari Che mai tregua non hebbi o verso, o state. Così m'avvien con gli avocati avari, Et coi procuratori, c'han la gola
Profonda più, che i più profondi mari. Ma non mi estendo in questa parte sola, Ch'oltra che i fatti lor son manifesti Mi manca in dirli e il tempo, et la parola.
Dodici figli è un gioco, anzi di questi Che obedienti sono, et virtuosi Prendo piacer, ne mi fur mai molesti. Molte altre cose fan, ch'io non riposi;
Ma son come di mosche beccature, Rispetto a i morsi d'Hidre venenosi: De le publiche intendo, et de le cure Private, ed de gli officii per diverse
Persone, che si fan di sangue oscure. Dio per tre giorni a vera fé converse L'empia Britannia, e 'n tal modo la porta A me del grado senatorio aperse.
Oltra i publici questo anchor m'apporta Negotii per parenti, et per amici; Cosa che sol m'aggrada, et mi conforta; Et soglio al mondo quei chiamar felici,
Che al far servigio altrui sempr'hanno in core, et dispensan la vita in tali offici. M'incresce sol, che in me non sia maggiore Saper, poter, giudicio, et che la mia
Opra debol riesca, e 'l mio valore. Ma però questo anchor la poesia Getta da banda perche il buon poeta Gli altri non pur, ma se medesmo oblia.
Un altra cosa anchor molto inquieta Mi fà la mente, et sì fuor di misura, E grande che non ha termine, o meta. Io sono, o Cavalier, di tal natura,
Ch'ogni cosa di casa io vo' sapere Picciola, et grande, et del tutto haver cura. Cantina, et stalla m'è forza a vedere; Hor questo, hor quel chiamar sempre mi faccio,
Per chieder cose spesso anchor leggiere. Da me stesso mi lego, et stringo il laccio, Che viluppi, et disordini non posso Patir, vorrei, ne so trarmi d'impaccio.
L'haver governo di famiglia un'osso Da roder duro provo, un giogo un peso Da sostener difficilmente indosso. Mi viene il poetar non men conteso
Da fabrica non vil, ma d'importanza, A cui son molto per natura inteso. Bench'io mi trovi haver commoda stanza, Et grande, al fabricar pero mia stella
M'inchina, et mi constringe antica usanza. L'architettura è dilettosa et bella; Ma con la poesia regnar non puote Benche de l'una sia l'altra sorella.
Pur l'emergentie a tutti son gia note, Che apporta il fabricar, com'ei richiede D'ogni altra cura le persone vote. O quante volte, la pietà, la fede
Volendo esprimer del mio buon Constante, A cui scorrendo il sol pari non vede, Venirmi ho visto alcun di casa avante, Per dirmi, che non mettono a la volta
Chiave, che a mantenerla sia bastante. O quante havendo in man la penna tolta Per farlo andar da Cabora sicuro, Ove de Persi era la turba accolta:
Mi venia detto, che non era il muro A filo, et ch'era torta una colonna, O che da basso era il salotto oscuro. Se l'una, et l'altra illustre altera donna
Lodar volea, che l'elmo, et la corazza Si vestian forti in vece de la gonna Sentivo: a voi convien di gire in piazza, Per gridar col magnan, quel manoale,
Ch'a giornate lavora, si solazza. Over che stava una finestra male, Per non haver la sua ferrata a gabbia; Chi la scala dicea tropp'erta sale.
Se di Giunon cantar volea la rabbia, O di Ciprigna il duol ne l'alma impresso Mi dicea tosto alcun, non v'è sabbia. Et quei poltroni la calcina, e il gesso
Consuman così schietti; onde la spesa È il minor danno, che si veggia espresso Che tal dente non fà, ne tanta presa La calce pura, e il gesso gonfia in guisa,
Che il marmo incontro non gli fà difesa. Tal che se intenta la memoria, et fisa Mi trovo al mio Constante haver talhora, Da tante cure, et tai mi vien recisa.
Ma s'io lasciassi il fabricar già fuora Non sarei di travaglio, che a decine, Anzi a migliara in me sorgono ogni hora. Questa nebbia messer già tre mattine
Venuta, intendo dir, guasta il ricolto, O che perduto il vino è per le brine. Talhor ecco un villan dirmi con volto Tristo, et con gli occhi ascosi ne la testa,
Che l'Austro il tutto ha sottosopra volto. O che ci ha ruinati la tempesta; Hor troppo asciutto, et hor soverchia pioggia Ci consuma, ci cruccia, et ci molesta.
S'io passeggio talhor sotto la loggia, Pensando a quel concetto c'ho in pensiero Per vestirlo con nova et vaga foggia, Mi vien subito detto: il cancelliero
Ha condotto prigion vostro compadre, Sendogli opposto quel che non è vero. Un altro dice: in Budrio hieri mio padre Fu preso ch'habitava con alcune
Genti, ch'ei non sapea, che fosser ladre. Et l'han condotto a spese del commune, Et se non sete presto ad aiutarlo Havrà, senza alcun dubbio, de la fune.
Se col Morello, o con l'Harmodio parlo, Et d'un soggetto a lor cheggio consiglio, Come esprimerlo ben, come adornarlo. M'è detto haver la febbre un picciol figlio,
Mia gioia, et mie delitie, et quando vermi Non sian, che il caso ha in se qualche periglio. O ver che due de gli altri son infermi, Che i serventi si dier de le ferite,
E che sian presi stando in casa fermi. Chi vuol ch'io raccomandi la sua lite Al Palmieri, e La Rota, al Galbiati, Chi le cavalle apporta esser fuggite:
Et ch'indarno più giorni sono andati Molti, cercando per varii sentieri; Chi dice, che la rena ha guasti i prati. S'io vado in villa a star tre giorni intieri,
Un messo ecco volar con l'ali tese Per dirmi, che son giunti forestieri. Ma nel dire tante cure, onde contese Mi son le poesie, tal mi sgomento,
Ch'io vuò lasciar si faticose imprese. Pur dirò questo anchor: s'io son intento A qualche invention, che bella, et nova Diletti, ecco il mazzier del reggimento,
Ch'apporta ognihor qualche sinistra nova; A tal che per trottar tosto in palazzo Convien, che spesso da mangiar mi mova. O che gentil piacer, che bel solazzo
Da farmi bianca in quattro di la chioma, O ch'io diventi et disperato et pazzo. Ogni tre giorni, o quattro haver da Roma Si dolci nove; ecco il Fiscal, che viene:
Ma commissario sol pero si noma. Fortificar la terra a noi conviene Per tante inique sette, et varie scole, Che Iddio, per dar castigo a noi, sostiene.
Regger di Pietro la Germania vuole La barca, et poner leggi, et freno al Papa La Francia peggio anchor fa che non suole. Ond'io spesso appetisco una vil rapa
Da cena haver, sotto le bragie cotta, O pere secche al fumo senza sapa; Et viver di Lambrusco, et di ricotta, O d'herba, et d'acqua in ben remota villa,
O in monte alpestro, o in solitaria grotta: Perche la mente almeno ferma, et tranquilla La notte, e il giorno havrei. Dunque voi Caro, Cui tante gratie il vostro Apollo instilla;
Talche nessuno a l'età nostra al paro, Ne per gran spatio appresso mai vi è giunto, Scusatemi scorgendo in me si chiaro Col non sapere, il non poter congiunto.
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