Se quel divin fervor, che già mi mosse A cantar d'Hercole, hoggi fa il terzo anno, Et da ogn'altro pensier mio mi rimosse, Non mi fusse mancato, fuor d'affanno
Mi troverei, e già porei vantarmi D'haver fatto alla morte illustre inganno. Ma potuto non ho tanto avanzarmi Ne haver sì amico l'Apollineo choro.
C'habbia sì raro don voluto farmi. Troppo sottile e troppo alto lavoro Fu quel, ch'io presi, ch'arrivar non spero Là, ove i pensier miei drizati foro.
Et s'io vò, Bolognetti, dirvi il vero, Non fu troppo benigna quella stella, Che mi accese nel cor desio sì altiero. Ch'ancor che questa lingua ogn'altra eccella,
Eran le rime, e i miei versi inetti A tal materia, e mel mostrò ben ella. Che non sì tosto usciro i primi detti Con cui la prima età, l'infantia apriva,
Di chi in terra avanzò tutti i perfetti Così lontan mi vidi esser da riva, Che mi sentì tremar nel petto il core Sì che gelò l'ardor, ch'entro bolliva.
Ma bramoso mostrar, ch'il mio SIGNORE L'opre in sé de l'antico Hercol rinova, Di gloria vago, e di sublime honore Et c'hoggi pari a lui non si ritrova,
Perché 'n giovare altrui sol si trastulla, Ne cosa vi è che da far ciò il rimova. Et visto ch'ei, per lo ver pregio, annulla Argento, et oro, e geme, et perle, et quanto
Tra noi si prezza, e tutto tien per nulla. Mi diedi, mosso da quel furor santo, Che a cantar l'alte cose altri lusinga, A dir di ciò, posto il timor da canto.
Ma (e vo' che mi crediate ch'io non finga) Visto ho, quanto son più passato inante, Che meglio era a cantar Daphne, e Siringa. Che mi son venute tante, e tante
Gravezze adosso, ch'a portarne parte Verrebbe meno il successor d'Atlante La Natura vien men, meno vien l'Arte, Et mi dice il mio ingegno, tu non puoi
Quivi arrivar, piegati ad altra parte. Non aspettar, che tu ti avegga poi Perduti i giorni, e il tempo notturno, Di havere in vano spesi i versi tuoi.
Ond'io mi sto sospeso, e taciturno, Et quanto più vo' meco imaginando Veggio, che i pensier miei troppo alti furno. Et ben ch'anchor mi vada lusingando
Quel desir, ch'a cantar d'Hercole m'alletta, Me ne vo' nondimeno più dilungando Ma voi, cui quella via non è interdetta, Ch'altri conduce di Castaglia al rio,
Seguite l'opra che vi havete eletta. Ne punto vi distorni il timor mio, Ma fate che il valor vostro si nome, Et vi tolga CONSTANTE al lungo oblio.
Portar la vostra età può queste some, Et bastar può l'ingegno a l'opra presa, Ne timor vi è, che voi fatica dome. Pero, s'havete ben l'opra sospesa
Poi ch'aperte vi son quelle alte strade D'ir là, ove fu la mente vostra accesa. Prego per lo valor, per la bontade Di quella alma gentil, che 'n cor vi chiuse
Quanto esser può tra noi di dignitade Che la virtù, ch 'n voi Phebo difuse Quando le vie vi aperse, a noi coperte, Vogliate, a comun ben, che da voi s'use.
Et se le Muse se vi sono offerte, Perche mostriate in dir alto, e sovrano Le gratie, ch'ebbe vi han cortesi offerte, Vi fareste tener troppo inhumano
Se ne celaste quel vivace raggio, Che sol può illuminar lo stuolo humano. Io sotto il peso, com'ho detto, caggio, Et troppo lunga via mi si propone
A finir il camin, che già preso haggio. Veggio che Phebo a voi l'auree corone Prepara, se da voi cotesto impetro, Perche ogni luoco il vostro nome suone.
Ne la cagione, per la qual mi arretro, Deve distornar noi dal pellegrino Sentier, ch'a me lasciar conviene a dietro. Troppe fur le attion, che il mio destino
Mi pose inanzi, ma voi che n'havete Scielta una sola, a facil via vicino. Lasciar la bella impresa non dovete, Ma dare al mondo manifesto pegno,
Ch'atto a illustrar la nostra lingua sete. Et c'huomo alcun non ha sì alto disegno, Che nol possa il Thoscan con eccellenza Spiegare in stil non del soggetto indegno
Et che 'n tutto privo è d'intelligenza Che sì offuscar si lasciar l'intelletto Ch'oppor si voglia a sì vera sentenza. E 'n dispregio habbia, e tenga per negletto
Questo Idioma, che con voci nove Spiega felicemente ogni concetto. Cerchi, chi vuol cercar lo stile altrove, Contento i' son, che il dir Thoscan mi guide
Che mi par che il miglior non si ritrove. Et se il Latino, e il Greco ben si ride Et dica che pres'ho le strade torte. Et che dal vero il falso mi divide,
Io fermo sto, nel mio parere e forte; Et biasmo questo, e quel che si rinforza La viva estinguer per le lingue morte. Et se bene il mio stile in van si sforza
Per finire la bell'opra a cui mi misi Quando Alcide dir volsi, e ogni sua forza. Et gli odii di Giunon, gli sdegni, i risi, Quel, che sofferse, quando a far si deo
L'opre, onde furo i fier mostri conquisi. Et come vinse ogni Tiranno reo, Et a crudi il furor fe venir meno Tal, che di loro ognun morto caddeo.
Come, lasciato il nostro aer sereno, Se n'andò tra l'oscure ombre a l'inferno A trarne Cerber del Tartareo seno. Come di varie genti hebbe governo,
Die nome a varii luochi, e di favilla Amorosa arse anch'ei la state, e il verno. Et dal mattino andò fino a la squilla Piangendo il Fato rio, la sorte dura
Come chi per Amor gela, e sfavilla Come consunto da celeste arsura Se ne stette nel ciel tra gli altri Dei Sciolto dal corpo, e da ogni mortal cura.
Nondimen me medesmo biasmerei Se d'Hercol non havessi in versi Thoschi Detto quel poco, che narrar potei. Dican ciò che lor par gli ingegni loschi.
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