Alberico più volte anchor già prima D'ora con lettre m'hai pregato molto A volerti talhor scrivere in rima Ma sappi o Salentin, che ad altro volto
L'animo havendo, a ciò più non attendo, Perché mi trovo in varie cure involto. Oltra di ciò con man tocco, et comprendo, Ch'esser poeta mediocre è poco,
Anzi nulla, et però l'armi a voi rendo. Egli è ben vero che per scherzo, et gioco Tra la Savena, e il Rhen più giorni andai Favoleggiando con stil basso, et roco.
L'altero, et Pio Constante alhor cantai, Et Zenobia, et Vittoria: ma non puoti Giugner de l'Arno su la sponda mai. Onde con forti giuramenti, et voti
Conchiusi al tutto di lasciare i versi Visto i dissegni unici d'effetto voti. Sol mi doglio, et mi cruccio che in diversi Lochi sian molti de i miei parti inculti,
E in varie mani hor qua, hor la dispersi. Quei che appresso di me restaro occulti Et quei, c'ho rihavuti in fino ad hora, Severo patre ho di mia man sepulti.
Et vo' recuperando gli altri anchora, Acciò che d'essi non rimanga segno, Et tutti estinti sian prima ch'io mora. Ma tu, che a questa età d'arte, et d'ingegno
Non trovi chi t'avanzi, o giunga al paro, Raddoppia il canto tuo pregiato, et degno. Et benché in questo secol nostro avaro Premio non hai, che agguagli il tuo gran merto,
Almen farai te stesso eterno, et chiaro, Quel bel sentier, che a me fu chiuso, aperto Per te veggio; et quel monte ameno, et piano, Che a me in tal guisa apparve horrido, ed erto
l'Arno si poco dal mio Rhen lontano, Et che si poco ha l'acque sue profonde, Tentai più volte già di solcar in vano. Et tu quel non pur solchi, ma per l'onde
Vai sicuro del Thebro, et del Cephiso, Col capo cinto d'honorata fronde. Et con le Muse intento Apollo il viso Ti volge, et lieto ascolta, che il Poeta
Thebano, o il venusin d'udir gli è avviso. Oltra di ciò la mente hai chiara, et queta, Che travagliata, et torbida sovente I bei concetti suoi d'esprimer vieta.
Forse dirai. Chi può saper mia mente? Ma non appar già cosa in te di fuore, Ond'altro possa giudicar la gente. Questo pur veggio chiar, né prendo errore,
Che a l'inglesa ben puoi segnarti, cosa Che far non può Re, Papa, o Imperatore. Perché la Serpe ria sta meglio ascosa La dove l'herba è più grande, e più folta,
Spine maggiori ha più fiorita rosa. Ma se inteso non hai forse altra volta Il segno inglese de la croce, voglio Ch'oggi da me di farlo impari, ascolta
Per questa volta o Salentin ti toglio L'officio tuo, che sei d'insegnar uso, Et io da te fra gli altri imparar soglio. Toccandoti comincia adunque in suso
La fronte a dir. Son senza nemistade, Poi di, toccando l'umbelico giuso. Senza debito sono in libertade, Et senza lite poi dal destro braccio,
Cosa che avvien si raro in questa etade. Dal manco lato di. Sciolto dal laccio Marital sono, et poi ti tocca il petto Dicendo. Né di figli tengo impaccio.
Colui c'havrà con verità ciò detto, Potrà ben dire Amen di bona voglia, Così a l'entrar, come a l'uscir del letto. Da queste cinque piaghe esce ogni doglia
Nostra, simili a quelle che già Dio Patì vestito de l'humana spoglia. Ma un'altra piaga più d'acuto, et rio Veneno sparta, et di più mal cagione
L'huom cruccia, et di quest'anco al parer mio Sei privo in tutto, ch'è l'Ambitione.
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