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1497–1535

XXVIII

Francesco Berni

Eran già i versi a i poeti rubati come or si ruban le cose tra noi, onde Vergilio, per salvar i suoi, compose quei dua distichi abbozzati.

A me quei d'altri son per forza dati, e dicon: “Tu gli arai, vuoi o non vuoi”; sì che, poeti, io son da più che voi, dappoi che io son vestito e voi spogliati.

Ma voi di versi restavate ignudi, poi quegli Augusti e Mecenati e Vari vi facevan le tonache di scudi. A me son date frasche, a voi danari;

voi studiate, et io pago li studî e fo che un altro alle mie spese impari. Non son di questi avari di nome né di gloria di poeta:

vorrei più presto aver oro o moneta; e la gente faceta mi vuol pur impiastrar di versi e carmi, come se io fusse di razza di marmi.

Non posso ripararmi: come si vede fuor qualche sonetto, il Berni l'ha composto a suo dispetto; e fanvi su un sguazzetto

di chiose e sensi, che rineghi il cielo se Luter fa più stracci del vangelo. Io non ebbi mai pelo che pur pensasse a ciò, non che 'l facessi;

e pur lo feci, ancor che non volessi. In Ovidio non lessi mai che gli uomini avessen tanto ardire di mutarsi in cornette, in pive, in lire,

e fussin fatti dire ad uso di trombetta veniziano, che ha dietro un che gli legge il bando piano. Aspetto a mano a mano

che, perch'io dica a suo modo, il comune mi pigli e leghi e dìame della fune.

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