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1497–1535

LXVI

Francesco Berni

Se mi vedesse la segretarìa o la prebenda del canonicato, com'io m'adatto a bollire un bucato in villa che mill'anni è stata mia,

o far dell'uve grosse notomia, cavandone il granel da ogni lato, per farne l'ognissanti il pan ficato un arrosto o altra leccornìa,

l'una m'accuserebbe al cardinale, dicendo: “Guarda questo moccicone, di cortigiano è fatto un animale”; l'altra diria mal di me al Guascone,

ch'io non porto di drieto lo straccale, per tener come lui riputazione. “Voi avete ragione”, rispondere' io lor, “ch'è 'l vostro resto?

Recate i libri e facciam conto presto. La corte avuto ha in presto sedici anni da me d'affanno e stento et io da lei ducati quattrocento;

che ve ne son trecento, o più, a me per cortesia donati da duoi che soli son per me prelati, ambeduoi registrati

nel libro del mio cuor ch'è in carta buona: l'uno è Ridolfi e quell'altro è Verona. Or se fussi persona che pretendessi ch'io gli avessi a dare,

arrechi il conto, ch'io lo vo' pagare. Voi, madonne, mi pare che siate molto ben sopra pagate; però di grazia non m'infracidate”.

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