Padre, a me più che gli altri reverendo che son reverendissimi chiamati, e la lor reverenzia io non l'intendo; padre, reputazion di quanti frati
ha oggi il mondo e quanti n'ebbe mai, fin a que' goffi de gli Inghiesuati; che fate voi da poi che vi lasciai con quel di chi noi siam tanto divoti,
che non è donna e me ne inamorai? Io dico Michel Agnol Buonarroti, che quand'i' 'l veggio mi vien fantasia d'ardergli incenso ed attaccargli voti;
e credo che sarebbe opra più pia che farsi bigia o bianca una giornea, quand'un guarisse d'una malattia. Costui cred'io che sia la propria idea
della scultura e dell'architettura, come della giustizia mona Astrea, e chi volesse fare una figura che le rapresentasse ambe due bene,
credo che faria lui per forza pura. Poi voi sapete quanto egli è da bene, com'ha giudicio, ingegno e discrezione, come conosce il vero, il bello e 'l bene.
Ho visto qualche sua composizione: son ignorante, e pur direi d'avélle lette tutte nel mezzo di Platone; sì ch'egli è nuovo Apollo e nuovo Apelle:
tacete unquanco, pallide viole e liquidi cristalli e fiere snelle: e' dice cose e voi dite parole. Così, moderni voi scarpellatori
et anche antichi, andate tutti al sole; e da voi, padre reverendo, in fuori chiunque vòle il mestier vostro fare, venda più presto alle donne e colori.
Voi solo appresso a lui potete stare, e non senza ragion, sì ben v'appaia amicizia individua e singulare. Bisognerebbe aver quella caldaia,
dove il socero suo Medea rifrisse per cavarlo de man della vecchiaia, o fosse viva la donna di Ulisse, per farvi tutti doi ringiovenire
e viver più che già Titon non visse. Ad ogni modo è disonesto a dire che voi, che fate e legni e' sassi vivi abbiate poi come asini a morire:
basta che vivon le quercie e gli ulivi e' corbi e le cornacchie e' cervi e' cani e mille animalacci più cattivi. Ma questi son ragionamenti vani,
però lasciàngli andar, ché non si dica che noi siam mamalucchi o luterani. Pregovi, padre, non vi sia fatica raccomandarmi a Michel Agnol mio
e la memoria sua tenermi amica. Se vi par, anche dite al papa ch'io son qui e l'amo e osservo e adoro, come padrone e vicario di Dio;
et un tratto ch'andiate in concistoro, che vi sian congregati e cardinali, dite “a Dio” da mia parte a tre di loro. Per discrezion voi intenderete quali,
non vo' che mi diciate: “Tu mi secchi”; poi le son cerimonie generali. Direte a monsignor de' Carnesecchi ch'io non gli ho invidia de quelle sue scritte,
né de color che gli tolgon li orecchi; ho ben martel di quelle zucche fritte, che mangiammo con lui l'anno passato: quelle mi stanno ancor ne gli occhi fitte!
Fatemi, padre, ancor raccomandato al virtuoso Molza gaglioffaccio, che m'ha senza ragion dimenticato; senza lui parmi d'esser senza un braccio:
ogni dì qualche lettera gli scrivo e perché l'è plebea da poi la straccio. Del suo signor e mio, ch'io non servivo, or servo e servirò presso e lontano,
ditegli che mi tenga in grazia vivo. Voi lavorate poco e state sano: non vi paia ritrar bello ogni faccia; a Dio, caro mio padre fra Bastiano,
a rivederci ad Ostia a prima laccia.
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