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1497–1535

LIV

Francesco Berni

Non so, maestro Pier, quel che ti pare di questa nuova mia maninconia, che io ho tolto Aristotele a lodare. Che parentado o che genologia

questo ragionamento abbia con quello, ch'io feci l'altro dì, della moria, sappi, maestro Pier, che quest'è 'l bello: non si vuol mai pensar quel che si faccia,

ma governarsi a volte di cervello. Io non trovo persona che mi piaccia, né che più mi contenti che costui: mi paion tutti gli altri una cosaccia,

che fûrno inanzi, seco e dopo lui, e quel vantaggio sia fra loro appunto ch'è fra il panno scarlatto e i panni bui, quel ch'è fra la quaresima e fra l'unto,

ché sai quanto ti pesa, duole e incresce quel tempo fastidioso, quando è giunto, ch'ogni dì ti bisogna frigger pesce, cuocer minestre e bollire spinaci,

stringer melanze sin che 'l succo n'esce. Salvando, dottor miei, le vostre paci, io ho detto ad Aristotele in secreto, come il Petrarca: “Tu sola mi piaci”.

Il qual Petrarca avea più del discreto, in quella filosofica rassegna, a porlo inanzi, come 'l pose drieto. Costui, maestro Piero, è quel che insegna,

quel che può dirsi veramente dotto e di vero saper l'anime impregna; che non imbarca altrui senza biscotto, non dice le sue cose in aria al vento,

ma tre e tre fa sei, quattro e quattro otto. Ti fa con tanta grazia un argumento, che te lo senti andar per la persona fin al cervello e rimanervi drento.

Sempre con sillogismi ti ragiona e le ragion per ordine ti mette; quella ti scambia che non ti par buona. Dilèttasi di andar per le vie strette,

corte, diritte, per fornirla presto, e non istà a dir: “L'andò, la stette”. Fra li altri tratti Aristotele ha questo, che non vuol che gl'ingegni sordi e loschi

e la canaglia gli meni l'agresto. Però par qualche volta che s'imboschi, passandosi le cose di leggiero, e non abbia piacer che tu 'l conoschi.

Ma quello è con effetto il suo pensiero: se gli è chi voglia dir che non l'intende, làscialo cicalar, ché non è il vero. Come falcon che a far la preda intende,

che gira un pezzo suspeso su l'ali, poi di cielo in un tratto a terra scende, così par ch'egli a te parlando cali e venga al punto, e, perché tu l'investa,

comincia dalle cose generali e le squarta e minuzza e trita e pesta, ogni costura e buco gli ritrova, sì che scrupolo alcuno non ti resta.

Non vuol che l'uomo a credergli si mova se non gli mette prima il pegno in mano, se quel che dice in sei modi no 'l prova. Non fa proemî inetti, non in vano:

dice le cose sue semplicemente e non affetta il favellar toscano. Quando l'incorre a parlar della gente, parla d'ogniun più presto ben che male;

poco dice d'altrui, di sé niente, cosa che non han fatto assai cicale, che, volendo avanzarsi la fattura, s'hanno unto da sua posta lo stivale.

È regola costui della natura, anzi è lei stessa; e quella e la ragione ci ha posto inanzi a gli occhi per pittura. Ha insegnato i costumi alle persone:

la felicità v'è per chi la vuole, con infinito ingegno e discrezione. Hanno gli altri volumi assai parole, questo è pien tutto e di fatti e di cose

e d'altro che di vento empir ci vuole. O Dio, che crudeltà, che non compose un'operetta sopra la cucina, fra l'infinite sue miracolose!

Credo che la sarebbe altra dottrina che quel tuo ricettario babbuasso, dove hai imparato a far la gelatina; che ti arebbe insegnato qualche passo,

più che non seppe Apicio né Esopo, d'arrosto, lesso, di magro e di grasso. Ma io che fo, che son come quel topo ch'al leon si ficcò dentro all'orecchia

e del mio folle ardir m'accorgo dopo? Arreco al mondo una novella vecchia, bianchezza voglio aggiungere alla neve e metter tutto il mare in poca secchia.

Io che soglio cercar materia breve, sterile, asciutta e senza sugo alcuno, che punto d'eloquenzia non riceve; e che sia il ver, va', leggi ad uno ad uno

i capitoli miei, ch'io vo' morire se gli è suggetto al mondo più digiuno. Io non mi so scusar se non con dire quel ch'io dissi di sopra: e' son capricci

ch'a mio dispetto mi voglion venire, come a te di castagne far pasticci.

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