Ancor non ti ho io detto della peste quel ch'io dovevo dir, maestro Piero, non l'ho vestita dal dì delle feste; et ho mezza paura, a dirti il vero,
ch'ella non si lamenti, come quella che non ha avuto il suo dovere intero. Ell'è bizzarra e poi è donna anch'ella; sai tutte quante che natura ell'hanno:
voglion sempre aver piena la scudella. Feci di lei quel capitolo uguanno e, come ho detto, le tagliai la vesta larga e pur mi rimase in man del panno,
però de' fatti suoi quel ch'a dir resta, con l'aiuto di Dio, si dirà ora; non vo' ch'ella mi rompa più la testa. Io lessi già d'un vaso di Pandora,
che v'era dentro il cancaro e la febbre e mille morbi che n'usciron fuora. Costei le genti che 'l dolor fa ebbre saetterebbon veramente a segno;
le mandano ogni dì trecento lebbre, perché par loro aver con essa sdegno; dicon: “Se non s'apriva quel cotale, non bisognava a noi pigliare il legno”.
In fin, questo amor proprio ha del bestiale e l'ignoranza, che va sempre seco, fa che 'l mal bene e 'l ben si chiama male. Quella Pandora è un vocabol greco,
che in lingua nostra vuol dir “tutti doni”; e costor gli hanno dato un senso bieco. Così sono anche molte oppenioni, che piglian sempre al riverso le cose:
tiran la briglia insieme e dan de sproni. Piange un le doglie e le bolle franciose, perché gli è un pazzo e non ha ancor veduto quel che già messer Bin di lor compose:
ne dice un ben che non saria creduto; leggi, maestro Pier, quella operetta, ché tu arai quel mal, se non l'ha' avuto. Non fu mai malattia senza ricetta:
la natura l'ha fatte tutt'e due: ella imbratta le cose, ella le netta. Ella trovò l'aratol, ella il bue, ella il lupo, l'agnel, la lepre, il cane,
e dette a tutti le qualità sue; ella fece l'orecchie e le campane, fece l'assenzio amaro e dolce il mèle, e l'erbe velenose e l'erbe sane;
ella ha trovato il buio e le candele, e finalmente la morte e la vita, e par benigna ad un tratto e crudele. Par, dico, a qualche pecora smarrita:
vedi ben tu che da lei non si cava altro che ben, perch'è bontà infinita. Trovò la peste perché bisognava: eravamo spacciati tutti quanti,
cattivi e buon, s'ella non si trovava, tanto multiplicavano i furfanti; sai che nell'altro canto io messi questo fra i primi effetti della peste santi.
Come si crea in un corpo indigesto collora e flegma et altri mali umori, per mangiar, per dormir e per star desto, e bisogna ir del corpo e cacciar fuori
(con riverenza) e tenersi rimondo com'un pozzo che sia di più signori, così a questo corpaccio del mondo, che per esser maggior più feccia mena,
bisogna spesso risciacquare il fondo; e la natura, che si sente piena, piglia una medicina di moria, come di reubarbaro o di sena,
e purga i mali umor per quella via; quel che i medici nostri chiaman crisi credo che appunto quella cosa sia. E noi, balordi, facciam certi visi,
come si dice: “La peste è in paese!”; ci lamentiam, che par che siamo uccisi, che dovrebbemo darle un tanto al mese, intertenerla come un capitano,
per servircene al tempo a mille imprese. Come fan tutti i fiumi all'oceàno, così vanno alla peste gli altri mali a dar tributo e basciarle la mano;
e l'accoglienze sue son tante e tali che di vassallo ogniun si fa suo amico, anzi son tutti suoi fratei carnali. Ogni maluzzo furfante e mendico
è allor peste o mal di quella sorte, com'ogni uccel d'agosto è beccafico. Se tu vuoi far le tue faccende corte, avendosi a morir, come tu sai,
muori, maestro Pier, di questa morte: almanco intorno non arai notai che ti voglin rogare il testamento, né la stampa volgar del “come stai”,
che non è al mondo il più crudel tormento. La peste è una prova, uno scandaglio, che fa tornar gli amici ad un per cento: fa quel di lor che fa del grano il vaglio,
ché quando ella è di quella d'oro in oro, non vale inacetarsi o mangiar l'aglio. Allor fanno li amanti i fatti loro: vedesi allor s'egli stava alla prova
quel che dicea: “Madonna, io spasmo, io moro”; che se l'ammorba et ei la lasci sola, s'e' non si serra in conclavi con lei, si dice: “E' ne mentiva per la gola”.
Bisogna che gli metta de' cristei, sia spedalingo e facci la taverna; e son poi grazie date dalli dèi. Non muor, chi muor di peste, alla moderna:
non si fa troppo spesa in frati o preti, che ti cantino il requiem eterna. Son gli altri mali ignoranti e indiscreti: corrono il corpo per tutte le bande;
costei va sempre a' luoghi più secreti, come dir quei che copron le mutande o sotto il mento o ver sotto le braccia, perch'ell'è vergognosa e fa del grande.
Non vòl che l'uom di lei la mostra faccia: vedi san Rocco com'egli è dipinto, che per mostrar la peste si dislaccia. O sia che questo mal ha per istinto
ferir le membra ov'è il vital vigore et è da loro in quelle parti spinto, o veramente la carne del core, il fegato e 'l cervel gli den piacere,
perch'ell'è forsi di razza d'astore; questo problema debbi tu sapere che sei maestro e intènditi di carne più che cuoco del mondo, al mio parere.
E però lascio a te sentenzia darne: so che tu hai della peste giudicio e cognosci li storni dalle starne. Or le sue laudi sono un edificio,
che chi lo vuol tirare infino al tetto arà facenda più che a dir l'officio non hanno i frati de san Benedetto; però qui di murar finirò io,
lasciando il resto a miglior architetto. E lascio a te, maestro Piero mio, questo notabilissimo ricordo, che la peste è un mal che manda Dio;
e chi crede altramente egli è un balordo.
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