Nel tempo che non m'ebbe a sdegno Amore senza invidia mi vissi e senz'affanno; ma poi che privo son del suo favore (che mi duole assai più ch'ogni altro danno),
vivo di vita e d'ogni gioia fuore; e se i martìri altro ripar non hanno, convien ch'i miei dolori, aspri e diversi, per la lingua e per gli occhi sfoghi e versi.
Ma qual lamento fia già mai, qual pianto ch'agguagliar possa il mio stato doglioso? Io so ben che di voce e d'umor quanto conviensi al duolo apparecchiar non oso;
ma spero di gridar, di pianger tanto che 'l mio martìr non resterà nascoso. Or t'apparecchia, penna, e, mentre scrivo, occhi, versate un lacrimoso rivo.
Com'esser può ch'un sì cortese affetto, sì dolce vista, sì leggiadro viso, che mi sgombrò d'ogni gravezza 'l petto e fe' vedermi in terra 'l paradiso,
or sia cagion di tormi ogni diletto e rivolgere in pianto il canto e 'l riso? Amor, com'esser può (fa ch'io l'intenda) ch'ogni mio mal da sua salute penda?
Io dunque son da voi straziato tanto, io che tanto v'apprezzo e tanto onoro? dunque ridete voi, voi del mio pianto voi cui sol chieggio, sol inchino e adoro?
a me, ch'ognun per voi post'ho da canto, date questo flagel, questo martoro? tormentate così chi non v'ha offeso? or quando mai fu 'l maggior torto inteso?
Qual peccato, qual fallo o qual errore se non d'amarvi troppo ho mai commesso? Né me di questo, ma incolpate Amore e 'l ciel che v'ha troppa beltà concesso;
ma s'io donato v'ho l'anima e 'l core, beneficio il chiamate e non eccesso; ché più bel don di quel ch'a voi facc'io non che a mortal, ma non può farsi a un dio.
Se il Re del cielo ha questo don sì accetto ch'altrui concede il regno suo per merto, che dovete far voi che 'l più perfetto cuor che mai fusse e 'l più fedel v'è offerto?
Né io da voi per mia mercede aspetto che gli angel mi mostriate o 'l cielo aperto, ma i begli occhi e la fronte e 'l dolce riso, più grato a me ch'a l'alme il paradiso.
Già men che prima io non gli son fedele, io non l'amo ora men, non men l'adoro: onde vengono, oimè! tante querele? perché dunque per lei mi spasmo e moro?
Amor, tu taci e, com'essa, crudele, prendi forse piacer del mio martoro: ma ne la fin che puoi tu dirmi, s'ella per crudeltà, non per mia colpa, è fella?
Quest'è quel che mi fa tanto languire e in tal miseria la mia vita chiude, che mi tormenta, non per mio fallire ma per sbramar sue voglie inique e crude.
Or come puoi già mai tu consentire, Amor, ch'in questo carcer mi rinchiude ch'altri mi privi, e non per nostro errore, di quanto acquistai già col tuo favore?
Se sei vendicator d'ingiuste offese, io non so già quel che 'l tuo sdegno aspetta: hai l'arco in mano e le quadrella tese; fa di me e di te, signor, vendetta.
Deh, quanto invan son mie parole spese! Ch'ad altro amante fai costei soggetta, e bene 'l tuo pensier col suo si scontra, ché m'avete ambi congiurato contra.
Dunque che debb'io far? chi mi consiglia? qual speranza mi scorge, in cui m'affido? Per aver sempre lacrimose ciglia, non scema il duol, né per continuo grido.
Fa l'ultima saetta almen vermiglia nel cuor afflitto, ov'io, crudel, t'annido; dammi la morte omai, ch'io te la chieggio; e che far puoi a un tuo nimico peggio?
Cookies on Poetry Cove