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1509–1553

XVIII

Francesco Beccuti

Già cominciato avea di più colori a dipinger il ciel la vaga Aurora, quando Dameta a depredar gli onori dei verdi campi spinse il gregge fuora,

e, per far noti in parte i suoi dolori a quella ninfa che Toscana onora, sonando sopra un sasso seder volse e la sua lingua in tai parole sciolse:

— Poiché Clori mi fugge e mi s'asconde né vuol udire il suon de la mia lira, datemi orecchie voi, silvestri fronde, e voi, venti, fra voi posate l'ira,

correte senza strepito, o chiare onde, e tu, Sol, più quieto il carro gira, né ti sdegnar con più pietosi accenti, Eco, di ripigliare i miei lamenti.

O ciel che mi ricuopri col tuo manto, mentre su questo sasso aspetto il giorno, ecco converso in duol quel dolce canto per cui già queste valli risonorno;

ecco che i rivi del mio vivo pianto fan di più largo onore il Tebro adorno: dunque a pietà quel duro cuor rivolta o almen pietoso i miei dolori ascolta.

Come potrò fra queste valli ombrose sperar più luce, se mi fugge il sole? come vedrò mai più ligustri e rose, se ne le guance sue portar le suole?

come potrò con rime sì pietose placarla, se 'l mio canto udir non vuole, ma, qual toro superbo, prende a sdegno il dolce suon del mio ricurvo legno?

Piange dunque Dameta in questi prati, sempre di ghiaccio pieni e di pruine: piangete, colli, non di fiori ornati, ma di tribuli, lappe, urtiche e spine:

piangete meco, armenti, e d'ululati fate intorno sonar queste colline; ché, da che Clori s'è da noi partita, a sempre lacrimar il ciel n'invita.

Qual magro tordo in selve va volando, passato il tempo de le negre olive, tal, giorno e notte queste valli errando, senza Clori, Dameta al mondo vive.

Deh, torna, Clori, il sol teco portando; vieni a dar luce a queste fosche rive, quai, per tirarti nel suo inculto seno, han del tuo nome il ciel tutto ripieno.

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