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1509–1553

VII

Francesco Beccuti

Piangete, occhi miei lassi, occhi, piangete, versate, ormai, giù per le guance un fiume, poiché 'l mio bel tesor più non vedete; occhi, piangete, poiché 'l vostro lume

si è nascosto da voi, piangete tanto, fin che 'l mio cuor in pianger si consume; occhi miei, raddoppiate il vostro pianto, poiché v'è tolto di mirar più quella

che sopra l'altre donne ha 'l pregio e 'l vanto. Udite, orecchie mie, l'aspra novella: partita è la mia dea, né più vi lice d'ascoltar quell'angelica favella;

non passerà più a voi chiaro e felice quel suon de le dolcissime parole che fùr de l'ardor mio prima radice. O stanchi piedi miei, già non vi duole

stancarvi più, mo' che v'è tolto il gire ov'è colei ch'esercitar vi suole? come potete, o passi miei, soffrire de l'usato cammin vedervi fuora

né poter più l'alta beltà seguire? Dunque, occhi, orecchie e piedi miei, siate ora ciechi, sordi ed infermi, or che vi è tolto vederla, udirla e ritrovarla ognora.

Ma tu, cuor mio, che sei da me disciolto e trovi la dea nostra al primo volo e senza lei non stai poco né molto, scuoprile il nostro affanno e 'l comun duolo;

so che tu messagger fidato sei; dille ch'io vivo e ch'io mi pasco solo di pianger sempre e pensar sempre in lei.

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VII · Francesco Beccuti · Poetry Cove