Con veloci pensier, con passi lenti al sacro sasso io torno: vien meco, Clita, a rinnovare il pianto funesto e grave e ritentar più d'una
volta l'ingegno per alzar quell'ossa ove è salita l'alma e dove regna cinta d'eterno onore. Al comun danno, al dolor nostro intenti,
piangiam sotto quest'orno, ché non lice appressar quel tumul santo, Argesto mio, sì spesso, ove s'aduna tra le ninfe Minerva a pianger mossa;
e fu sentita un dì, benché non vegna questo segreto fuore. Ogni arbore è nimico ai miei lamenti, che sia di foglie adorno,
fuor che il cipresso: e ben conviensi tanto cotesto e gli altri odiar, poiché fortuna col suo furor da le radici ha scossa quella gradita pianta, unica insegna
al gemino valore. Benché de la stagion non mi rammenti, mi ricordo ch'intorno al troncon rotto si rivolse il canto
in mesto lutto, e vidi in veste bruna le Muse, e dir: — Se 'l fulmine ha percossa questa fiorita cima, ove disegna far più suo nido Amore? —
Nel mese più nocivo ai nostri armenti gli dèi, che irati fôrno più de l'usato, ci ritolser quanto d'onesto e bel fu mai sotto la luna;
e Morte, per mostrar tutta sua possa, allora, Clita, con la falce indegna recise il più bel fiore. Or mi sovvien che, i più benigni venti
facendo a noi ritorno, la bell'aura partissi, e in ogni canto fu desto il furor di Eolo e ciascuna brumal procella da Giunon commossa,
che sbigottita andò più giorni e pregna di tenebroso orrore. La bell'aura partissi, e gli elementi ben segno ne mostrorno;
l'aura ch'or spazia a l'altre dive accanto del sesto e primo ciel, benché nessuna l'agguagli di splendor, Cinzia rimossa, che seco unita superar s'ingegna
quel che distingue l'ore. Mentre le voci tue meste e dolenti percuoton d'ogni intorno, l'aura risuona e 'l bel nome altrettanto,
e 'l resto par che taccia eco importuna al tuo disio; benché non mai percossa chiuse ferita né per giunger legna si spense alcun ardore.
O Madre universal, come consenti con tuo perpetuo scorno che morte s'abbia del tuo pregio il vanto? e presto vegna men quel che raduna
sì lungo tempo e chiuda poca fossa beltà infinita e vil polve divegna sì pregiato sudore? Anima eletta, che chiamar ti senti
e da l'alto soggiorno, volgendo i lumi ove lasciasti 'l manto, molesto affanno scorgi ed importuna pioggia di pianto, che già il Tebro ingrossa,
porgimi aita ed ombreggiar m'insegna quanto ho scritto nel core. Voci oscure non ponno o bassi accenti aggiunger luce al giorno;
potrian ben forse agevolare alquanto di quest'affanno il peso; ma s'imbruna già l'Oriente e 'l sol con faccia rossa fuggir s'aita, il parlar nostro avvegna
che la sua donna onore. Anzi ch'ardita sia, nomarla sdegna lingua di vil pastore.
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