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1509–1553

LVI

Francesco Beccuti

Due cose fa l'amico mio Giocondo, quando va con gli amici a le signore, ch'in vero io non vorrei per tutto il mondo: la prima è ch'incomincia a saltar fuore

con alcune parole, giunto a pena, ch'altrui fanno un salvatico favore; l'altra che non ben volta ancor la schena ha, se ben fosse un Alessandro Magno,

dietro gli fa sberleffi a bocca piena: né so ch'ei di ciò faccia altro guadagno, se non che penso forse ch'egli spacci con questi simil modi il buon compagno.

Ma, questo o quello od altro che si facci, parlare ora di lui non ho intenzione, per non pigliarmi il dazio degl'impacci: egli è cortegian vecchio, ha discrezione

e sa che fan conoscer gli altri e lui la fucina, il martello e 'l paragone: ma sol vo lamentarmi e dir di vui, ché a chi non vuol morir del proprio male

forza è sfogar talvolta i dolor sui. Ier ch'io vi visitai, vedesti quale io sentissi dolore e come stei, vedendo alcune cose senza sale:

allor l'amico, in mezzo i dolor miei, mi fece uno sberleffo di velluto che mi fece arrossir dal capo a' piei. Confesso ch'io restai confuso e muto;

ma voi, signora, entraste in tante risa, che rider tanto più non v'ho veduto. Rimase l'alma mia perciò conquisa: ma vi addimando a voi se parvi bello

rider de' vostri servi a questa guisa; d'un servo, come me, poi, poverello, che, se bene ha più ciance che danari, pure ha perso per voi quasi il cervello;

d'uno a chi fùr di tanto i cieli avari, che per vedervi non può il viso alzare, sendo i vostri occhi a lui più che 'l sol chiari; d'un che non vi fa mal né vi può fare,

e, per non scomodarvi ed esser grave, fa con voi spesso in piè il suo ragionare; d'un che con voglie risolute e brave è apparecchiato ognor con un amico

a gettar da la bocca calde bave; e non è come alcun, che spesso io dico, ch'in amor sol quel che suol fare stima e quel c'ha fatto non apprezza un fico.

Quel che stimar si de' più poi che prima sprezzan, s'ognor non son certi villani de l'arbore di Giano su la cima; né sanno che ben spesso, i poco umani,

non s'ha da cena ancor ne l'osterie, e forza è di cenar coi guanti in mani. Io, se ben false van le poste mie, come già me n'è gito più d'un paio,

torno e non faccio tante dicerie; né cerco d'esser vostro segretaio, ben che d'essere a me non si conviene de la man ch'adoprate l'arcolaio

e, se non ho di scudi le man piene, pur n'ho qualcuno, e non è brutto gioco di star, come ch'io sto, tra 'l male e 'l bene. Non mi vanto aver molto almen, s'ho poco,

come fa certa gente ardita e prava, da chi guardar si de' come dal foco; né mi vanto esser duca de la Fava né conte di Treville o cavaliero

d'Alcantara, San Iago o Calatrava; uomin ch'alfin, com'io, danno in un zero, ma per tanti lor vanti degni solo di farne pavimento a un cimitero.

Or giuro a la sorella di ser Polo e dico che, s'è ver quel ch'io ragiono, io son senza passione un buon figliuolo; e s'io son tale, come in vero io sono,

non dovete a' sberleffi di nessuno stare a rider di me, ché non par buono, e se 'l volete far, fatel d'ognuno, ch'anch'io farò sberleffi a certi amici,

pur che la parte sua si dia a ciascuno. Ma voi, che sin del ventre in le radici siete gentil, non fate questi errori, ch'assai sol per amor siamo infelici;

non dovete adempir d'altrui gli umori con vostro biasmo e far che paian vane molte altre parti in voi degne d'onori. Potrei dir de le vostre più ch'umane

bellezze grate e dir che voi siete una in Roma de le prime cortigiane; né però penso ingiuriare alcuna non Franceschiglia, Padovana, Tina,

Valenziana, Vienna, Laura o Luna; ché de la beltà vostra pellegrina è testimon ch'in una brava via fatta avete una casa da regina;

ben che questo argomento in ver non sia di quei ch'io soglio far gagliardi e sodi con il mio poco di filosofia; perché ne sono molte (e ciascun l'odi)

che non son belle, e pure han fabbricato, ch'io non so immaginar le vie né i modi. Ma taccio e dirò sol che nel bramato umanissimo viso e in la persona

avete un non so che ch'a tutti è grato. Direi di quel ch'altrui la vita dona, soave fiato e bella man; ma certo son degne d'altro stil ch'a la carlona.

Quanto ai costumi vostri, al cuore aperto, a la bontade e lealtà, confesso ch'io devo ogni fatica al vostro merto; e che voi non volete a tutti è espresso

o meccanica cosa o men ch'onesta far né lasciar che vi si faccia appresso. S'altra cosa non fosse, è assai pur questa, che mai non v'esce, o sia natura o usanza,

di bocca una parola disonesta, come ad alcuna, che per sua creanza ripon (tu mel perdoni) in la bruttezza de la bocca e del naso ogni creanza;

ma queste, con la vostra candidezza, son quasi un carbon spento appo il piropo, bestie proprio da ferro e da cavezza. Veggio alcune talor, visi di topo,

far con certi atti la delicatella, che sembran proprio l'asino d'Esopo: ma a voi sta bene il riso, la favella, i giuochi, i vezzi e ciò che far volete,

perché ogni cosa in voi compar più bella. Or, queste cose essendo, non dovete e non potete con l'onesto in mano guastar le belle parti ch'in voi avete;

e col rider, di grazia, andate piano, ché non è per infermi util conforto, e chi vuol sberleffar, sberleffi invano: e se non mi farete ingiuria o torto,

ben ch'or morir per voi bramo ed aspetto, allor vorrò morire ed esser morto; e da voi sopportare io vi prometto ogni cosa, eccetto una (oh atto rio!

gravissima a portar saria in effetto), come dir non vorrei ch'un rival mio o dono o cena o letto si godesse a me promesso o che avessi fatt'io

Voi mi potreste dir che chi vi desse ben tutto il mondo, non lo cureresti, quando che 'l caso suo non vi piacesse. Rispondo ch'io non so s'io son di questi;

ma, quando io fossi, ditelo, di grazia, acciò che nel mortaio acqua non pesti; ché in tutti i modi vostra voglia sazia io farò volentieri e per ispasso,

sia per mia povertade o per disgrazia; ma se per brutto al parer vostro io passo, allora chiaro io mi son persuaso ch'esser potria d'ogni speranza casso.

Ben che con voi potria avvenirmi un caso, qual già m'avvenne per un'altra rea, che con un piè mi fe' restar di naso: costei, mentre d'amarmi mi dicea,

e lo giurava, e non con gli occhi asciutti, e ch'io tra l'altre cose rispondea ch'ero brutto ed irsuto i membri tutti, ed ella confirmando mi rispose:

— Signor, son usa far l'amor coi brutti. Onde, essendo qual altre virtuose, voi non fareste in la natura mostro a côr le spine e lasciar star le rose;

così sarebbe eguale il caso nostro, brutt'io, voi brutti amando; e spero molto, se 'l mio caso avverrà, ch'avvenga il vostro. Or, se da voi non m'è negato e tolto

quanto vi chieggio, mia greca angioletta, eccomi ognor prigion del vostro volto; e in quest'ora mi fermo, avendo fretta.

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