Skip to content
1509–1553

CXCVIII

Francesco Beccuti

Utile a me sopra ogni altro animale, sopra il bue, sopra l'asino e 'l cavallo e certo, s'io non fallo, utile più, più grato, assai più caro

che 'l mio muletto, le galline e 'l gallo, chi mi t'ha tolto? O sorte empia e fatale, destinata al mio male! giorno infelice, infausto e sempre amaro

nel qual perdei un pegno, oimè! sì caro che mi sarà cagion d'eterne pene! Dolce mio caro bene, animal vago, leggiadretto e gaio,

tu guardia eri al granaio, al letto, ai panni, a la casa, al mio stato e insieme a tutto quanto il vicinato. Chi or da le notturne m'assicura

topesche insidie o chi sopra il mio piede le notti fredde siede? Già non sarà cantando alcun che chiami, la notte, in varie tempre, più mercede

attorno a queste abbandonate mura (oh troppo aspra ventura!) dei tuoi più fidi e più pregiati dami; anzi cercando andran dolenti e grami

te forse la seconda volta grave. Dolce del mio cuor chiave, ch'un tempo mi tenesti in festa e 'n gioco, or m'hai lasciato in fuoco

gridando sempre in voce così fatta: — Oimè, ch'io ho perduta la mia gatta! —. Anzi ho perduto l'amato tesoro che mi fea gir tra gli altri così altèro

che, s'io vo' dire il vero, non conobbi altro più felice in terra. Or non più, lasso! ritrovarlo spero per quantunque si voglia o gemme od oro.

O perpetuo martoro, che m'hai tolto di pace e posto in guerra! E chi m'asconde la mia gatta in terra? colma sì di virtute

che, a dir, tutte le lingue sarian mute, quant'ella fu costumata e gentile: ne l'età puerile imputar se le puote un error solo,

mangiarmi su l'armario un raviggiuolo. Taccio de' suoi maggior la stirpe antica, come da Nino a Ciro, a Dario, a Serse il seme si disperse

poi in Grecia, indi a le nostre regioni, allor ch'ei la fortuna mal sofferse ne le strette Termopile nimica; perché il dolor m'intrica

né lascia punto ch'io di lei ragioni. Però sua cortesia lo mi perdoni, s'io non parlo di lei tanto alto e scrivo; causa è che non arrivo,

come conviene, il dolor, ch'è sì forte che mi conduce a morte, non trovandola meco a passeggiare e sopra il desco a cena o a desinare.

Miser, mentre per casa gli occhi giro, la veggio e dico: qui prima s'assise; ecco ov'ella sorrise; ecco ov'ella scherzando il piè mi morse;

qui sempre tenne in me le luci fise; qui ste' pensosa e dopo un gran sospiro, rivoltatasi in giro, tutta lieta ver' me subito corse

e la sua man mi porse; quivi saltando poi dal braccio al seno, d'onesti baci pieno le dicea infin: tu sei la mia speranza;

ahi dura rimembranza! sentiala, poi che 'l corpo avea satollo, posarmisi dormendo sempre in collo. Ma quel ch'avanza ogni altra maraviglia

è raccolta vederla in qualche canto e quivi attender tanto il suo nimico, che l'arrivi al varco: allor, trattosi l'uno e l'altro guanto

da le mani e inarcando ambe le ciglia, sol se stessa simiglia e nessun'altra (e son nel mio dir parco), ché mai saetta sì veloce d'arco

uscìo né cervo sì leggiero o pardo ch'appo lei non sia tardo; indi, postogli addosso il fiero ugnone, lo trae seco prigione

ed alfin, dopo molte e molte offese, è de la preda ai suoi larga e cortese. Ella è insomma dei gatti la regina, di tutta la Soria gloria e splendore;

e di tanto valore che i fier serpenti qual aquila ancide. Ella, a chius'occhi (oh che grande stupore!) gli augei, giacendo, prende resupina;

e de la sua rapina le spoglie opime ai suoi più car divide, cosa che mortal occhio mai non vide. Vidila io solo e mi torna anc'a mente

che con essa sovente faceva grassi e delicati pasti. Or mi ha i disegni guasti e tolto non so qual malvagio e rio

l'onor di tutto il parentado mio. Ogni bene, ogni gaudio, ogni mia gioia portasti teco, man ladra rapace, quel dì che la mia pace

sì tacita involasti agli occhi miei: da indi in qua ciò ch'io veggio mi spiace ed ogni altro diletto sì m'annoia che converrà ch'io muoia

forse più presto assai che non vorrei. Or per casa giostrando almen di lei qualche tèner gattino mi restasse che me la riportasse

ne l'andar, ne la voce, al volto, ai panni! ché certo li miei affanni non tenerei sì gravi e le mie cose non sarebbon dai topi tutte ròse.

Io non potrei pensar, non che ridire quanto sia grave e smisurato il danno che questi ognor mi fanno: senza licenza e senza alcun rispetto

dove più ben lor mette, di là vanno; cotale è lo sfrenato loro ardire, che in sul buon del dormire (o Dio, che crudeltà!) per tutto il letto

vanno giostrando a mio marcio dispetto. Sannol l'orecchie e il naso mio che spesso son morsi; tal che adesso mi conviene allacciar sera per sera

l'elmetto e la visiera, essendone colei portata via che tutti li faceva stare al quia. Portata via non già da mortal mano,

perché, dov'ella fosse qua tra noi, a me ch'era un de' suoi, saria tornata in tutti quanti i modi; ma tu, Giove, fra gli altri furti tuoi,

nel ciel, de le tue prede già profano, con qualch'inganno strano l'hai su rapita e lieto te la godi. Deh, come ben si veggion le tue frodi,

ch'occultar non la puoi sotto alcun velo; perché si vede in cielo due stelle nove e più de l'altre ardenti, che son gli occhi lucenti

de la mia gatta, tant'onesta e bella, che avanza il sol, la luna e ogni altra stella. Canzon, lo spirto è pronto e 'l corpo infermo; ond'io qui taccio; e s'alcun è che voglia

intender la mia doglia, digli: — Ella è tal che mi fa in pianto e in lutto viver mai sempre e in tutto divenir selva d'aspri pensier folta,

poi che la gatta mia m'è stata tolta.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
CXCVIII · Francesco Beccuti · Poetry Cove