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1509–1553

CLXXXIX

Francesco Beccuti

Chi si fida in altrui quanto è mal saggio! Prima poco splendea, pur oggi è spento de la fede tra noi l'ultimo raggio. Non si trova un fra mille uomini e cento

che con un suo particolar non pensi usar qualche color di tradimento. Sol con la fraude al suo bisogno viensi; l'immensa ingratitudine (ahi, mal nato

secolo!) paga i benefìci immensi: quel ch'è più debitor, quel è più ingrato; chi dev'esser più fido è men leale; tanto il mondo è corrotto e adulterato.

L'amar non giova, il ben servir non vale anzi per cosa vil par che s'additi chi non sa per il ben render il male. Son gli amici e i parenti oggi traditi

dagli amici e parenti, e spesso sconta un gran demerto gli obblighi infiniti. Dunque amicizia, affinità congionta non ci assicura, anzi via più c'inganna

quanto ha più 'l destro a farci danno ed onta. Già pioveva dal ciel nèttare e manna, ora piove gl'inganni e i tradimenti, tal che chi vuol guardarsi invan s'affanna.

Chi si guarderà mai, se fra gli armenti diventa il pastor lupo e 'l prato ameno sotto i più vaghi fior cela i serpenti? chi si guarderà mai, se il mondo è pieno

di Sinoni, Ginami, Bruti e Cassi, c'hanno 'l mèl sempre in bocca e 'l tòsco in seno? chi si guarderà mai ? chi 'n cielo stassi, poi che qua giù la mano empia ed avara

nel sangue del fratel vermiglia fassi; chi può guardarsi, oimè ! se la più cara, grata famiglia nel tuo proprio nido t'ordisce incomprensibil fraude e rara?

Alza tu, mondo, insino al cielo il grido e tu, terra, trangugia nel tuo centro l'anima e l'ossa d'ogni spirto infido. Questo mar di perfidia, ove son dentro

sommersi tanti, è senza riva o fondo, tal che in sì largo pelago non entro: solo a mirar tant'acque io mi confondo, signore illustre, e son di scusa degno,

ché, per solcare un mar tanto profondo, altro Tifi bisogna ed altro legno.

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