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1509–1553

CLVI

Francesco Beccuti

Quel bel giardin che serba in Cipro eterno Venere bella ai pargoletti figli e quel che il pomo d'oro ebbe in governo, par che questo verziero oggi simigli.

Qui son d'auro le foglie e sonvi, il verno come vedete, fresche rose e gigli con sì dolce aura ch'io vo' porlo innante a quell'orto d'Amore, a quel d'Atlante.

Quivi si sente un'aura che di odore vince l'Arabia ove più ricca abbonda, a cui cede ogni vento e farle onore l'aura prima si vede e la seconda;

aura gentil che d'onestade il fiore verde conserva, come in lauro fronda; per te ride la terra e 'l ciel ringrazia, mentre spiri tra noi diletto e grazia.

Ecco, quasi tra' fior candida rosa, si vede, assisa a l'ombra d'un bel velo, Ippolita, sì bella e sì vezzosa che gioir fa di sue bellezze il cielo;

ovunque gira la vista amorosa, face ogni alma tremar d'ardente gelo, e par che da' begli occhi e dal bel volto non si possa fuggir col cuore sciolto.

Sembra Diana in la maggiore altezza dare a le ninfe sue legge e consiglio: con tanta maestà, tanta vaghezza muove Cassandra l'uno e l'altro ciglio,

che chi può contemplar l'alta bellezza ch'orna il bel volto candido e vermiglio, stupefatto dirà, se pur favella: qual dea, qual ninfa è di costei più bella?

Qui mostra Cleofè vaga e gentile l'alme fattezze leggiadrette e belle, sotto 'l cui ciglio altieramente umìle raggian lucenti due serene stelle;

qui fan tra' più bei fiori un lieto aprile tant'altre e tante più che rose belle; qui vera leggiadria veggio scolpita in Colonna, in Diamante, in Margarita.

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