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1620–1698

SCENA VIII

Flavio Orsini

Sian lodate le stelle! Ti ringrazio Fortuna! Partì quest'importuna: son le nevi d'un crine a me nemiche,

né vo cercando le medaglie antiche. Non s'intrighi con Amore chi non vuol pene e tormenti; io ch'ho libero il mio core,

provo ognor veri contenti. Pur ti ritrovo a solo, gran monarca di Cipro, alle cui piante riverente mi fermo.

Ergiti, su, Fiorino; non ammette gl'ossequi il mio destino. Signor, in questa corte, de' tuoi cenni adorati a tutte l'ore

son fido essecutore. Per spiare d'Eurinda e osservar di Filandro ogni volere, divenuto nuov'Argo, è il mio pensiere.

Sospiro il dì de' tuoi contenti; e solo tormenta il mio desire che in questa corte ognora non possa del tuo piè l'orme seguire.

Di tua sincera fede, Fiorino, a Floridor dubbio non resta. Torna a Filandro pur, che la dimora esser potrebbe al tuo desir molesta.

Vado, Signor, ma sappi che da' tuoi regi passi ovunque vai, non allontano il mio pansier giammai. Goderò fortuna un dì?

La tua ruota se fu immota, a mio pro girerà, sì? Il destin si placherà?

E d'amore nel rigore troverò un dì pietà? Perché, bella reina,

mentre il tacer m'imponi ogni contento mio cambi in veleno, se nutrisci per me fiamme nel seno? Perché barbare stelle,

sul volto del mio bene quei baleni d'Amor farmi vedere, se soffrendo nel cor pene severe a un silenzio crudel sono dannato?

Del labro assetato non puote il mio cuore estinguer l'ardore, o fato spietato:

ché dentro l'acque d'amoroso impero fugge rapida l'onda al mio pensiero.

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SCENA VIII · Flavio Orsini · Poetry Cove