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1620–1698

SCENA VII

Flavio Orsini

A consiglio, amorosi pensieri! Congiurati speranza e timore, il mio core lusingando, combattono ognor

con l'assalto d'affanni severi. Che far deggio fra doglie sì strane? Il timore pretende ch'io ceda: già sua preda,

la speranza m'assiste nel sen con l'usbergo di gioie lontane. Del regio appartamento tutte, Signor, girai

le stanze più segrete del consigliere a rintracciar novella, et ho saputo al fine ch'a riveder della marina i posti

ne' vicini sospetti dell'armata di Cipro, improviso partì da' regii tetti. Forse per tormentarmi Amor non basta,

mentre tutto a' miei danni congiurato il destin sempre contrasta. Oh, che mai gioisca un dì, chi racchiude in sen l'ardore

di quel cieco dio d'Amore che d'un crine i nodi ordì. Filandro ognor si lagna, e nel fiero tormento

per amor non ha posa un sol momento. Ma ecco il nostro paggetto. Ecco Lindora. Oh, che potessi un giorno

scordarmi di Feraspe e donare a costui l'affetto mio, sarei felice anch'io. Amor, dammi mercè!

Del tuo ricco tesoro un sol Fiorino d'oro concedi almeno a me: che se m'entra in saccoccia un giorno solo

non prenderà per gire altrove il volo. E qual speranza mai degl'amor di Lindora il povero Fiorino aver potrà

con un sen di gigante, quando pigmeo di merto egli sen va? Mi va sempre stuzzicando cieco Amor col foco ardente.

Questa vecchia è sì insolente ch'ha il cervel che va volando. Con le fila del mio crine formo lacci fraudolenti.

Folle arpia, ch'ha i sensi intenti di più cori a far rapire. Quel volto galante il cor m'ha rubbato.

Più vago sembiante Fiorino ha impegnato.

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