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1620–1698

SCENA VII

Flavio Orsini

Fiorin sen fuggì, Feraspe n'andò: quest'alma non può più viver così.

Mio cor, che sarà? Ardire, su su, consolati tu ch'il pianto è viltà.

Mai vanno le disgrazie ad una ad una, bersaglio è questo cor d'empia fortuna. Ma resisti costante. Non t'avvilir, Lindora,

ché nel regno d'Amor — molto ben sai — non vi è d'amanti carestia giamai. È giudizio prudente e assai ben scaltro nella perdita d'un trovarne un altro.

Dimmi, fedel Lindora, in che tu passi l'ore in queste regie stanze quando, disoccupata

di mestieri di corte, solitaria ten vai, qual or ti trovo? E in corte e in gabinetto, sempre con pianti amari

penso di mie sventure ai casi rari. E qual dolor ti affanna? Mi crucia, mi tormenta per gran forza d'amore,

strale di gelosia. Deh, se il dirlo ti lice, mi fia grato il sapere chi sia negl'amor tuoi tanto felice.

Signor, quel moro vago di cui, per mio messaggio, faceste dono alla regina un tempo, quel Moro è il mio tormento,

or che lontan si trova e prigioniero sta sui legni di Cipro. Anzi vi è più: che per maggior ruina, se mai tornasse un giorno,

piango ch'ho per rival la mia regina. Come rival la tua regina? Appunto. Eurinda più di me quel moro adora

e lo piange ad ognora. Ohimè, che sento? Com'è possibile? Non è credibile!

Oh, gran portento! Oh, che caso stravagante: la regina i regi aborre e d'un moro or fatta amante

presso lui fedel sen corre. Troppo è savio quel consiglio — lo conosco, il provo, il veggio — che la donna lascia il meglio

e s'elegge sempre il peggio.

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