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1620–1698

SCENA VI

Flavio Orsini

Ad eseguir del mio signore i cenni, nel giardino real fermo le piante: perché qui appunto incamminar si deve. La fortuna è troppo avara:

non vuol darmi un dì contento. Il mio sen sol di tormento si nutrisce in pena amara A chi mai arrise il fato

è lontano ogni gioire; lusingar pur dee il desire un che vive sventurato. Del paterno diadema

il trono abbandonai, e la regia di Cipro e 'l genitor lasciai. Sotto spoglia servil di moro errante

di servitù catene al piede finsi, quando laccio d'Amor più forte io strinsi. Ma questa è l'ora in cui giunger qua suole a render luminose

l'ombre di questi mirti il mio bel sole. Amor, se mi guidasti a rimirare della regia donzella il vago aspetto, lieto fine concedi a un giusto affetto.

Sì, del moro la figura non mi spiace in verità, perch'io son d'una natura ch'a ogni cosa si confà.

Vago lume è in lor sembiante; di quel nero io poi non curo: la pittura in chiaroscuro pur diletta d'un amante.

Dimmi, gentil Lindora, forse a goder di questi vaghi fonti la bella Eurinda aggirerà le piante? Se tu fossi un moro,

io dir dovrei che questa è richiesta dovuta a un'alma amante. Sì, che in breve s'attende. Altro non fu il pensiero

che d'inchinarmi al suo gran merto altero. Ma lasciamo da parte quello, che poco importa, e veniamo alla corta:

sappi, o moro cortese, che al tuo leggiadro aspetto ho posto qualche affetto. Scherzi meco, Lindora,

onde il tuo detto è frale che tanto in alto il merto mio non sale. Vogliamoci bene, non dirmi di no.

Ciò a me non conviene: io servo sarò. Amor corteggiano non può far per me.

D'un schiavo è ben vano l'affetto per te. Stupor non fia s'arde per te il mio core, ché fa colpi ineguali il cieco Amore.

Stupor non fia se porto gelo al core, ché catena servil non spezza Amore.

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